Anni e cent’anni Cap. VIII Le fate di Rachele

Rachele era seduta  su una panchina del Pincio e guardava in alto con la speranza di vedere qualche stella cadente, in quel cielo metropolitano impoverito di stelle .L’aria della notte  era completamente ferma e quindi il leggero refolo che, ad un tratto, avvertì sul  braccio, le fece  istintivamente  distogliere lo sguardo dal cielo.

La bambina, seduta ora vicino a lei, portava i capelli raccolti in piccole trecce sui lati del capo e la stava fissando, con uno sguardo luminoso , dietro al  quale Rachele riconobbe  un’anima familiare, anche se da troppo tempo dimenticata.  

“Ciao Rachele” le sussurrò la  bambina

“Ciao Rachelina”  rispose calma e serena l’anziana signora

“Mi hai dunque riconosciuta ,Rachele?” domandò la bimbetta

“Non ti ho mai dimenticata, anche se , confesso, da tanto tempo non ti pensavo”

Quelle furono le sole parole che si scambiarono e, come se un accordo precedente fosse stato stabilito, si alzarono e si avviarono, mano nella mano, verso l’uscita del grande giardino.

Camminarono a lungo, in silenzio, per le strette stradine del centro storico fino a quando si ritrovarono di fronte ad un palazzo che si intravedeva appena, avvolto com’era da una sorta di nebbia.   Rachele e la sua piccola accompagnatrice  si fermarono a guardare quell’insolita nebbia  in mezzo alla quale sembrava che il presente si stesse sciogliendo  per riannodare un passato fatto di   rumori,  profumi,  voci di donne e di bimbi che giocavano in strada.

 La bambina le lasciò la mano e corse  dentro il portone che schiudeva la vista ad un vasto cortile ombreggiato dalla vecchia magnolia e da piante di fichi, intorno alle quali sonnacchiosi gatti guardavano, incuriositi, i giochi dei molti bambini che si affannavano a rincorrersi lungo i vialetti.  Rachele  lasciò che la propria malinconia di donna,  danzasse lieve con  quella  quieta felicità della bimba che l’aveva lasciata per unirsi ai suoi compagni di giochi.

“Rachelina sali a casa a lavarti, tra poco si pranza” chiamò a gran voce una donna affacciata ad un terrazzino.

“Ancora cinque minuti, mamma” rispose Rachelina con voce implorante.

L’anziana signora agitò un braccio in aria  per richiamare l’attenzione di quella donna a lei così familiare e si sentì disperata per non poter essere vista e comunicare con lei.Ma fu un solo attimo di distrazione, quella sensazione così penosa che l’aveva invasa tutta, immediatamente ritornò con lo sguardo alla piccola Rachele la quale  saltellando si dirigeva verso l’ingresso della scala  e di nuovo avvertì quella penetrante gioia che solo i bambini riescono a provare nella loro innocenza infantile.

Così rincuorata vide Rachelina affacciarsi dallo stesso terrazzino sul quale pochi istanti prima  era apparsa sua madre e la vide fare cenno nella sua direzione. Ancor prima di poter ricambiare il saluto si rese conto che la bimba stava salutando qualcun altro dietro di lei.

Si voltò e lo vide passare accanto a se, appena tornato dal lavoro; quasi la sfiorò mentre, con lo sguardo rivolto alla figlia  avanzava lungo il cortile.

Volle chiamarlo, ma il suo desiderio non aveva voce , tentò di rincorrerlo per abbracciarlo, ma le sue gambe non si mossero, erano ferme come quell’istante di tempo dentro di lei.

Ad un tratto ricordò quale giorno fosse quello e l’orrore la prese alla gola , tentò di urlare, di fermare in qualche modo gli avvenimenti che di li a poco sarebbero accaduti, ma come ben sapeva non avrebbe potuto fare nulla.

La prima bomba cadde proprio in mezzo al cortile e le altre che seguirono istantaneamente  colpirono le scale interne, demolendo l’intero palazzo. Si ritrovò, miracolosamente viva, in mezzo a tutte quelle macerie e solo la mano della piccola Rachele la guidò via, lontano da quel luogo tanto felice e tanto tragico.

E mano nella mano ritornarono su quella panchina del Pincio dove sedettero in silenzio per aspettare il sorgere del sole.

Da quel primo incontro erano trascorsi ormai dieci anni e quel pomeriggio Rachele giaceva sul letto e si lasciava inondare da quei ricordi e da quelli di  tutti gli altri  incontri successivi,  durante i quali la bimbetta divenne ragazza, e poi donna e poi madre .

Tutta la sua esistenza  rivisse Rachele durante gli incontri con la sua compagna,  la quale , ogni volta, le appariva più adulta, come se le sembianze di lei fossero un abito indossato per ogni stagione della propria vita passata.

Ogni dieci di Agosto l’incontrava sempre più simile a se stessa, annunciata sempre dallo stesso refolo su quella panchina del giardino del Pincio.

Ma quel pomeriggio Rachele era in ritardo, i suoi ricordi le avevano impedito di accorgersi che le ore erano trascorse più rapide di quanto avesse potuto immaginare , finché il buio spense gli oggetti di tutta la stanza , portandole uno sconforto insieme alla consapevolezza che quel dieci di agosto non sarebbe giunta in orario al suo appuntamento.

L’ansia le rese la forza di alzarsi dal letto, ma la sua testa sembrava girare come una trottola impazzita e, suo malgrado, ricadde riversa sullo stesso letto che aveva cullato fino a poco prima tutti i ricordi.

Una profonda tristezza si impadronì di Rachele e pianse in silenzio dapprima e poi sommessamente come ad invocare una ultima opportunità.

Ad un tratto sentì un refolo setoso sul suo braccio  e l’emozione fu tale che stentò a girarsi.

Nel buio ormai assoluto della sua stanza vide la sua fata, rischiarata dai capelli bianchissimi e dalla carnagione ormai diafana, come la sua.

“Ciao Rachele” la salutò la fata ormai anziana

“Ciao Rachele” le rispose l’anziana signora

“Mi riconosci Rachele?” le chiese sorridendo la sua ospite, ormai inattesa

“E come non potrei, specialmente oggi …” le rispose  serena la vecchia signora

Per la prima volta in tutti quegli anni la sua  fata continuò a parlare iniziando un dialogo, che prima di allora non era stato mai necessario.

“Questa sera Rachele, non passeggeremo, resteremo qui, insieme , io e te , a parlare se vuoi e aspetteremo insieme guardandoci negli occhi e nel cuore . –

“Ora sono felice, mia dolcissima amica, sono tranquilla con te accanto. Mi dispiace di non poter andare insieme a passeggiare come le altre volte, ma sento una strana stanchezza e un po’  mi dispiace. E’ un anno che aspetto questa notte”

“Lo capisco Rachele, però , come vedi, io oggi indosso la tua stessa vestaglia e certamente non potrei andare a spasso così svestita; e poi, se mi osservi bene. vedrai sul mio viso, vicino l’occhio sinistro una ferita, un livido”

-Oh,si Rachele, è lo stesso che mi sono procurata io, oggi pomeriggio prima di coricarmi. Sai, sono scivolata e cadendo ho battuto la tempia contro lo stipite della porta e mi sono ferita. Ma ora non sento più dolore , però mi gira la testa, non riesco ad alzarmi”

“Lo so Rachele , anche io non sento più dolore e sono tranquilla insieme a te e insieme aspetteremo. Non aspetteremo a lungo ma l’attesa ci farà sentire ancora più unite .”

“Ho capito Rachele e tutto sommato sono felice , vorrei solo sapere una cosa…”

La fata sorrise e dolcemente le disse che non era dato sapere ,ma aggiunse di stare tranquilla perché di li a poco avrebbe saputo.

“Grazie Rachele mia ultima e più cara fata, ora posso veramente aspettare con te”

Quella notte in città mancò per qualche minuto la corrente elettrica  e, nel buio più completo, le persone che si trovavano al Pincio riuscirono a scorgere una pioggia di vivide scie luminose; tante stelle cadenti non si erano mai viste a Roma e qualcuno esclamò :

“E’ la notte delle fate”  

Anni e cent’anni Cap. XI Il mio battesimo al circolo

Quando mi sveglio ho la gola secca e la bocca infarinata, mi sento confuso e debolissimo. Uno dei tanti risvegli dolorosi che mi pareva di aver dimenticato. Il sole, filtrato dalle tende della porta finestra, spande il suo chiarore per tutto il soggiorno. Uno dei gatti è accovacciato proprio sul mio stomaco, dove evidentemente ha trascorso la notte dondolato dal mio respiro. Mi guarda con lo sguardo fisso, incuriosito da quella insolita situazione, però fa le fusa. Guardo la pendola che segna le otto e quaranta e lentamente riprendo contatto con la realtà. Ma quale realtà? mi chiedo immediatamente. La giornata di ieri è passata come un interminabile itinerario onirico tra passato e un presente troppo fantastico per appartenermi.

Era il mio compleanno e forse sono stato vittima di un complotto soprannaturale ordito dalla mia stessa mente squilibrata.

Ma il pensiero di Barbara mi aggredisce con tutta la sua palpabile presenza. L’ho abbracciata, mi ha baciato. I morti non abbracciano e non baciano, questo è sicuro. Vado nel mio studio e frugo nel cassetto dove avevo riposto i fogli che mi aveva lasciato. Sono li, esattamente come li ricordavo. Il racconto è un racconto di morte, ma anche di speranza, chissà perché lo aveva con sè e chissà perché me lo ha voluto lasciare. Sono ancora intorpidito dalle trenta gocce di Valium e tutto sembra scivolarmi addosso senza crearmi soverchie emozioni. Una cosa è certa. Cadesse il mondo oggi alle tre sarò seduto a un tavolo di Corsetti. A pregare che succeda qualcosa.

Sento il telefono squillare. La voce di mia moglie sembra preoccupata.

“Stefano ieri sera ti ho chiamato più volte e non c’eri. Il cellulare era spento. Ti ho lasciato tre messaggi dove ti dicevo di richiamarmi a qualsiasi ora e non ti ho sentito. Anche questa mattina ho chiamato dalle sette alle otto e mezza e non mi hai risposto. Cosa è successo. Stavo in pensiero per quella maledetta moto….”la interrompo.

“Stai calma Mara, non è successo assolutamente nulla. Mi sono semplicemente addormentato e non ho sentito il telefono” le spiego

“Non dire balle” mi aggredisce con veemenza

“Non dico balle è la semplice verità: Ho preso qualche goccia di Valium ed evidentemente mi ha fatto dormire profondo”

“Perché hai preso il Valium? Ti sei sentito male?” mi chiede preoccupata. Forse teme  di dover ripercorrere il calvario degli anni passati.

“Tranquilla. Niente di tutto questo. Mi sentivo  soltanto un po’ teso. Niente di più. E poi ne ho prese si e no una decina” le mentisco per tranquillizzarla.

“Stefano, non mi fare più questi scherzi! Senti, domani prendo l’aereo delle cinque e starò a Fiumicino alle sette e mezza. Mi vieni a prendere?”

“Non c’è nemmeno da domandarlo. Non vedo l’ora di rivederti” l’assicuro.

“Ciao amore. Ti chiamo più tardi”

Mi ha chiamato ‘amore’, incredibile. Doveva essere stata veramente in pensiero.

Il colloquio con mia moglie mi ha aiutato a riprendere contatto con la mia vita reale. Mi lavo, scelgo un abito elegante, poi esco per andare al circolo.

Prendo la Mercedes, più che altro per avvalorare la menzogna raccontata sul mio stato di benestante, infatti quando faccio il mio ingresso nel garage del circolo, l’incaricato mi mostra tutta la sua zelante deferenza. Salgo con l’ascensore al pianterreno e mi ritrovo proprio di fronte alla brunetta del giorno prima. Sono circa le undici, troppo presto per pranzare e troppo tardi per fare colazione, che comunque ho saltato. Decido per un aperitivo con salatini, intanto in quell’ambiente i merli non sono ammessi.

“Signor Travia, buon giorno, come sta?” mi sorride con l’intenzione di rendermi noto che le fa piacere di rivedermi così presto.

“Annoiato, come al solito” recito io.

“Ora non si annoierà più. Il circolo ha proprio il compito di far passare delle ore piacevoli a tutti i soci” mi dice con aria professionale che annulla tutto l’effetto spontaneo del sorriso di poc’anzi.

“Ne avrei proprio bisogno” le confermo deluso da quel trattamento prezzolato.

Mi si affianca una specie di cameriera con una divisa verde e sorridendomi mi indica con la mano di seguirla.

Le vado dietro per il corridoio color champagne  e mi introduce in una ampia sala con tante poltrone e tavolinetti. Sulla sinistra c’è un lungo bancone di legno chiaro dietro al quale un ragazzo e un barman più anziano stanno sistemando bicchieri e bottiglie negli appositi spazi, in sala non c’è molta gente, solo sei persone, di cui due appartate in un angolo a parlare a bassa voce e quattro, riunite in gruppo, che appaiono più chiassose. Sono tutti abbastanza eleganti e…anziani.

Ringrazio la biondina che mi affida al barman più anziano al quale mi presento: “Salve, sono un nuovo socio mi chiamo Stefano Travia”

Il barman dovrebbe avere qualche anno meno di me, forse una cinquantina e mi sembra che sappia il fatto suo, infatti mi fa un leggero cenno col capo, cortese ma non deferente, e si presenta a sua volta.

“Lieto di averla con noi Signor Travia, io sono Giovanni. Si può rivolgere a me per qualsiasi cosa abbia bisogno, mi farà piacere poterle essere utile”

“Grazie Giovanni, potrebbe prepararmi, per favore un aperitivo non alcolico?” gli chiedo

“Lo preferisce con un po’ di succo di frutta?”

“Faccia lei Giovanni, l’importante è che non contenga alcool”

“Si scelga una poltrona per accomodarsi, signor Travia, glielo preparo e glielo faccio portare subito.

“Grazie Giovanni” gli dissi lasciando cinquemila lire di mancia sul piattino d’argento.

Mi scelgo una poltrona lontano dai quattro chiassosi ospiti e mi metto a guardare oltre la vetrata il prato verdissimo dove un giardiniere in una divisa rigatina si sta adoperando con un piccolo tagliaerbqa elettrico.

Di li a tre ore sarei stato seduto a un tavolo di Corsetti ad aspettare che succedesse qualcosa.

“Permette che mi presenti?”

Alzo lo sguardo e vedo un uomo con i capelli bianchissimi e ondulati che risaltano sul suo viso abbronzato e pieno di rughe.

Accenno ad alzarmi ma lui mi precede, si siede proprio di fronte a me tendendomi la mano.

“Sono l’ingegner Leopardi e sono uno dei soci fondatori del club” gli prendo la mano mentre sono incantato dalla dentatura perfetta che mostra in quel suo sorriso cordiale. Troppo perfetta, perfetta quasi come una implantologia totale di circa cinquanta milioni.

“Molto lieto, io sono Stefano Travia e sono al mio primo giorno nel club” ricambio con un sorriso che vale si e no la metà del suo.

“Spero si troverà bene con noi. Qui siamo una specie di setta” dice accentuando il sorriso

“Siamo quasi tutti in pensione e inganniamo il tempo per non dare troppo fastidio alle nostre mogli”

Sono quasi tentato di confessare il mio stato di neo pensionato, dal momento che lui molto candidamente mi sta  confessando il suo. Però decido che dovevo mantenere il punto.

“Lei di che cosa si occupa?” mi domanda come é naturale che sia.

“Non ho una attività specifica. Mi limito ad amministrare i beni di famiglia” rispondo vergognandomi come un ladro.

“Dunque è un benestante! Finalmente un ricco che non si vergogna di ammetterlo!” esclama lui sinceramente convinto.

“Non sono ricco” preciso subito io “ Amministrando i pochi beni che immeritatamente mi ritrovo, riesco a vivere senza dover lavorare, tutto qui”

Mi sembra quasi deluso dalla mia puntualizzazione ma è troppo educato per aggiungere qualsiasi commento e dunque decide di cambiare argomento.

“Lei gioca a tennis?”

“Non sono un campione ma riesco a portare avanti una partita” rispondo io molto cautamente, ricordandomi che non sono mai riuscito ad imparare bene la battuta di servizio.

“Dobbiamo allora organizzare un incontro. Io amo moltissimo giocare a tennis” mi dice con entusiasmo.

  “Sarà un vero piacere riprendere in mano la racchetta” gli dico.

Nel frattempo Giovanni depone sul tavolinetto un vassoio d’argento sul quale troneggia un bicchiere di cristallo con il mio aperitivo.

“Grazie Giovanni” poi rivolto al mio interlocutore “Ingegner Leopardi, posso offrirle qualcosa?”

“La ringrazio, ma ho appena bevuto il mio secondo champagnino e non vorrei esagerare”

mi risponde lui continuando a sorridere. Probabilmente vuole ammortizzare al più presto l’investimento fatto dal dentista.

“Pranzerà con noi?” mi chiede

“Purtroppo no. Ho un appuntamento alle due, in centro. Sono di passaggio, oggi. Sa com’è volevo ambientarmi un po’”

“Capisco. Sarà per la prossima volta.” Sembra dispiaciuto di non poter godere della mia compagnia.

“Mi dica, ingegnere” domando tanto per perdere un po’ di tempo”Oltre a giocare a tennis, come si trascorrono le ore qui al circolo?”

“Oh, ci sono molti modi. Organizziamo tornei di Bridge, di canasta, scacchi. Inoltre organizziamo delle partite a golf.”

“Golf?” lo interrompo

“Si. Il circolo ha stipulato una convenzione con il campo della via Appia e un giorno a settimana l’intero campo è a disposizione dei soci”

“Capisco”

“Lei naturalmente gioca a golf” non è una domanda, sembra piuttosto una affermazione di qualcosa di scontato.

“Certo, certo” confermo cominciandomi a sentire prigioniero di quella situazione.

“Ma a proposito…” inizia lui

Fortunatamente in quel momento il mio cellulare mi viene in aiuto. Con un gesto di scusa rispondo.

“Si pronto?”

“Ciao caro, come stai?”

Evidentemente è ancora preoccupata, mia moglie, altrimenti non mi chiamerebbe così presto.

“Benissimo cara. Sono qui al circolo” le rispondo con un tono che stento a riconoscere io stesso.

“Alle bocce?” mi domanda lei.

La sua voce è squillante e temo che il mio anfitrione possa aver sentito.

“No, no, cara. Ho venduto l’altra settimana il terreno dove avevano impiantato quell’orribile campo.”

E poi, prima che lei possa darmi del matto aggiungo: “Ti dispiace se ti chiamo più tardi, ora sarei occupato”

E senza darle il tempo di replicare chiudo la comunicazione.

“Mi dispiace, signor Travia di…”

“Oh, si figuri, ingegnere. Mia moglie mi subissa di telefonate e se dovessi darle tutta la disponibilità che richiede, passerei l’intera giornata al telefono” mi schernisco io.

Mi sento veramente un deficiente.

“Bene. Ora la lascio, perchè tra poco inizia la mia partita a scacchi con il professor Tondi”

dice lui alzandosi.

“Spero di rivederla presto.” Aggiunge senza tendermi la mano.

Anche io sono in piedi di fronte a lui, ora.

“Sarò lietissimo di potermi  confrontare con lei a tennis o in qualsiasi altra attività che a lei faccia piacere” gli dico cercando di dimostrargli tutta la mia disponibilità.

“Certamente sarà un piacere anche per me” afferma e se ne va.

Mi risiedo sulla poltrona e comincio a sorseggiare l’aperitivo. Ha un buon sapore, sa prevalentemente di ananas con l’aggiunta di qualcosa di leggermente acre che non riesco a identificare. Lo mando giù volentieri. Credo che contenga anche un po di gelato frullato. Almeno riesco a riempire un po’ lo stomaco.

Si è fatto quasi mezzogiorno e decido di andare subito da Corsetti. Li potrò mangiare qualcosa di leggero e aspettare le tre leggendo il giornale.

Mi alzo, faccio un cenno di saluto a Giovanni e mi dirigo verso l’uscita.

Mentre esco incrocio un tipo grassoccio, quasi completamente calvo ma con una  vistosa barba brizzolata. Tiene in mano una scacchiera enorme. Giurerei che si tratti del professore che giocherà con il mio anfitrione. Buon per loro, spero che si divertano.

La brunetta della reception mi guarda e sembra sorpresa di vedermi uscire così presto.

Mi fermo un attimo da lei e le chiedo come si chiama.

“Barbara” mi risponde lei con il solito scintillio al quale mi sto abituando.

“All’inferno” penso maledicendo il caso, le coincidenze, il destino e tutto quello che mi viene in mente di imponderabile e sorprendente.

Volto le spalle ed entro nell’ascensore verso il garage.

Anni e cent’anni Cap. X – Il pozzo

Quando la sera scendeva serena ,fugando le ombre dell’ultima luce, il vecchio usciva da casa e si sedeva sotto al portico.

Cominciava a fissare quel pozzo, che tanti anni prima aveva scavato egli stesso, deflorando la falda acquifera, che rabdomanti e uomini di scienza sostenevano esistere solo nella sua mente.

E ogni sera, da quel lontano giorno di cinquant’anni prima, l’uomo si riposava dalle fatiche della propria esistenza, guardando quella cosa impossibile che era riuscito a creare con la tenacia di chi, pur ignorandolo, ha fede in qualcosa.

Una fede illogica e, a volte, crudele per tutti gli insuccessi subiti, ma tranquilla e sicura come se il buon esito del proprio lavoro fosse già cosa concreta.

E quando aveva udito il primo gorgoglio, aveva provato una emozione pacata e composta che lo aveva reso, all’istante, in stretta armonia con tutta la vita e le cose circostanti.

Aveva rivolto lo sguardo verso il suo povero orto e lo aveva vissuto come un rigoglioso giardino, aveva guardato la casa di pietra, che da due secoli pareva essere inghiottita da quel brullo paesaggio  e gli era apparsa all’istante  fiera e troneggiante sui lievi declivi della campagna.  

Un’acqua torbida e fangosa aveva cominciato a spandersi per l’aia, dapprima irruente e poi, sempre più lentamente, irrorare l’arida polvere del terreno.

C’ era voluta circa un’ora prima che la sua limpidezza fosse tale per poterlo invogliare ad unire le proprie mani a coppa e portarle alle labbra .

L’acqua gli era parsa morbida, come se le molecole che la componevano si fossero ammassate per rendergli quel contatto più fisico ; egli dette un bacio a quella superficie, prima di bere il primo sorso.

La fine di quel giorno di cinquanta anni prima  aveva trovato un uomo felice e più saggio.

L’uomo e il suo pozzo erano gli unici testimoni di quell’ennesimo tramonto che di li a breve avrebbe segnato la fine di un giorno uguale a tutti gli altri giorni passati .

L’uomo, d’un tratto, avvertì un sommesso rumore proveniente dal pozzo, un specie di lamento  che ricordava una eco del colpo di un sasso contro una roccia.

Il vecchio si alzò dalla sedia e si diresse verso il pozzo, distante una decina di metri dal portico.

Mentre, incuriosito, procedeva nell’aia, la terra tremò sotto di lui, facendogli perdere l’equilibrio,e nel cadere udì un assordante boato salire dalle viscere della terra e percorrerla tutta fino a spegnersi violentemente contro la sua casa di pietra.

Completamente disteso sul terreno, potette sentire l’ondulazione di esso contro il suo  corpo, mentre il rumore del crollo di quella antica magione gli riempiva il cervello e l’anima di una disperazione profonda.

La scossa durò non più di un minuto e alla fine il  silenzio innaturale che ne seguì fù infranto solo dal cigolio del secchio che dondolava sulla sommità  del pozzo.

Miracolosamente intatto, nella sua rustica fattura, ogni pietra immobile, come originariamente l’uomo  l’aveva disposta con le proprie mani, il pozzo era lì, a pochi metri da lui, e tutt’intorno rovine e distruzione.

Il vecchio, stordito e confuso, si alzò e, senza nemmeno voltarsi verso la casa che non esisteva più, andò verso il pozzo  e si inginocchiò alzando le braccia e accarezzando con le mani i bordi levigati dal tempo e dall’usura.

 Il secchio continuava a cigolare nella sua lenta e macabra danza .

Il vecchio piangeva sommessamente e ringraziava il Signore di aver preservato la sua creatura da quella rovina e nemmeno si accorse che dal pozzo cominciava  a  salire uno zampillio d’acqua che ,formando un arco ideale nell’aria circostante, andava a ricadere a pochi metri dal pozzo stesso, formando a sua volta una nuova piccola fonte zampillante che, con lo stesso sistema, riproduceva nuovi zampilli e nuove piccole fonti.

Il vecchio pieno di meraviglia seguì con lo sguardo quello strano fenomeno e vide così il nascere di quattro piccole fontane che circondavano l’antico pozzo.

 Quattro zampilli che spumeggiavano a circa trenta centimetri dal terreno per ricadere esattamente sulla loro stessa base, senza  spargersi sul terreno circostante.

Davvero strano quel fenomeno! 

Il vecchio, ancora troppo stordito dal cataclisma improvviso, non sapeva più cosa pensare o fare e allora si sedette, le spalle appoggiate al pozzo a fissare le rovine della casa che era stata di suo padre e ancor prima di suo nonno .

 Mentre guardava quell’immane rovina avvertì un forte dolore al braccio sinistro e subito dopo una lancinante fitta al torace.

Gli mancava il respiro e gli parve di stare sul punto di svenire, tentò di alzarsi, ma si rese conto di non averne la forza e allora sperò che l’acqua fresca della nuova fontana a pochi metri da lui, lo avrebbe ristorato e gli avrebbe impedito forse di perdere i sensi.

Strisciò penosamente verso di essa con il dolore che ormai aveva invaso tutto il suo torace e sporse il viso verso quello zampillo.

 L’acqua era gelida e ,irrorandogli il volto,  penetrò le labbra semiserrate nello spasimo del dolore.

 Le poche gocce che riuscì a ingoiare, gli piombarono nello stomaco facendogli sentire il contatto fisico di quell’elemento che aveva il gelo delle profondità della terra.

 Il dolore sparì all’istante, il respiro divenne regolare e una straordinaria energia si impossessò del suo corpo.

 Stava bene  e si sentiva vigoroso come tanti, tanti anni prima.

 Si alzò e nel buio della notte udì il suo urlo irrefrenabile.

 Si sorprese di quell’urlo senza senso e senza motivo, contrario alla sua indole di uomo pacato e tranquillo.

Il suo nuovo vigore lo eccitava, le sue gambe erano tornate possenti e sicure, i muscoli delle braccia erano di nuovo tesi e scattanti, guizzavano sotto la pelle, desiderosi di movimento.

Quella notte egli lavorò incessantemente a rimuovere tutte le macerie e continuò il giorno dopo, e il giorno dopo ancora iniziò  a ricostruire la sua casa.

 Quando si sentiva affaticato e stanco  si dissetava ad una delle piccole fonti sgorgate la notte del terremoto e così riprendeva nuova forza e vigore per continuare il proprio lavoro.

Compì la sua opera in pochi giorni o forse settimane o mesi, ogni pietra al suo posto originario e di nuovo la sua casa era pronto ad accoglierlo.

La guardò con orgoglio e pensò che in tutti quegli anni quella casa aveva rappresentato la sua stessa solitudine.

Non un amico col quale condividere il ristoro dalle fatiche del lavoro, non una compagna  aveva riscaldato le sue notti e la sua vita.

Il vecchio desiderò la compagnia di una donna.

 Volle andare giù al paese per cercare una moglie, pensò anche di avere dei figli, inoltre voleva amici che lo allietassero alla mensa e desiderò un nuovo mobilio, un arredo meno primitivo di quello di cui aveva goduto per tutti quegli anni.

 La sua mente era in tempesta, il suo cuore provava desideri ed emozioni nuove e sconosciute, si odiò per aver impiegato la propria vita tra l’orto e l’aia, solitario come se avesse paura di vivere una vita vera e più piena di umanità.

 Ma ora ,grazie a quell’acqua miracolosa, si sentiva in grado di ricominciare una nuova vita a dispetto degli anni vissuti.

Preparò  poche cose che gli sarebbero state utili per il viaggio fino al paese e si apprestò a lasciare quel luogo, con l’intento di farvi ritorno in compagnia di una moglie.

Ma prima di partire volle dare una occhiata al suo pozzo.

Ora gli parve privo di senso e dentro di se maledisse quell’amore e quell’orgoglio provati per tutta la vita per quel comunissimo pozzo.

 Quanta acqua aveva bevuto traendola dalle profondità del suo pozzo, quanta acqua per il suo orto che lo aveva sostentato e lo aveva fatto vivere come un animale dedito solo alle fatiche.

 Lavorare la terra, mangiarne i frutti, coricarsi col sopraggiungere del buio e levarsi alle prime luci dell’alba.

 Un giorno uguale all’altro, per tutta una vita.

 Dette un ultimo sguardo al pozzo e si incamminò giù per la valle, verso il paese più vicino. Vagò per giorni e giorni, viaggiò oltre i confini della propria regione, stette lontano quasi un anno!

Ma non trovò paesi e genti, non incontrò nessuno.

 Il cataclisma aveva cancellato tutto, egli era forse l’unico sopravvissuto a quella notte del terremoto.

Si rese conto che per lui non ci sarebbe stata un’altra occasione di vita, era solo, definitivamente solo.

 Dopo tanto vagare e tanto pensare alla sua vita trascorsa , a tutto il tempo sprecato, a tutte le cose non vissute, decise di fare ritorno alla sua casa, alle sue fonti, al suo pozzo. Viaggiò per tanti altri giorni e alla fine quasi senza rendersene conto, giunse in cima alla collina.

 Era notte , una notte silenziosa priva di ogni verso di fronda o di uccello, senza vento, quasi irreale.

 E nel buio non riusciva a scorgere le mura della sua abitazione, quelle che aveva eretto di nuovo con tanto vigore.

Procedette verso il punto dove la sua casa doveva trovarsi ma inciampò e cadde pesantemente a terra.

 Solo allora potette vedere quel mucchio di rovine, la sua casa crollata, volle alzarsi, ma non ci riuscì, il dolore lancinante al torace lo stava ormai uccidendo, volse lo sguardo a cercare gli zampilli miracolosi, ma non vide altro che il suo pozzo.

 Si trascinò fino ad esso e ne cinse la base come per abbracciarlo in un impeto di amore rinnovato verso di esso e verso la sua stessa vita.  La seconda scossa sismica giunse che il vecchio era già morto, fu più violenta della prima, ma non riuscì ugualmente a separare quell’ultimo abbraccio

Anni e cent’anni Cap. IX – La notte é ovunque

La calligrafia di Barbara, alla luce dei lampioni dell’EUR, è sempre la stessa, tondeggiante e ordinata, come quella che leggevo nei documenti d’ufficio. 

Ho letto la storia come un innamorato una lettera della propria amata.

 Una storia delicata, come la sua anima, come quella nostra intimità di pensieri,che ha sostituito, negli anni, gli amplessi d’amore mai avuti.

Una intimità che le nostre vite non sono riuscite a cambiare.

 Preso da una irragionevole speranza di ritrovarla , mi precipito lungo le scale della metropolitana e mi ritrovo in mezzo alla folla dei passeggeri appena scesi dal convoglio, che sta ripartendo proprio ora. Vorrei chiedere, domandare, a tutti se l’ hanno vista, se l’ hanno riconosciuta.

Resto a vedere il fiume di folla che mi scorre accanto, diretto verso la scalinata d’uscita e, alla fine, la stazione si svuota e sono costretto a rassegnarmi di averla perduta di nuovo.

Stringo ancora i fogli che lei mi ha lasciato,  i paramenti del nostro incontro,

Nel risalire le scale sento le gambe molli e il fiato tagliato dall’emozione provata, o forse più semplicemente dalla due pasticche di Ritmonorm incautamente ingerite.

 Il freddo della serata mi da una sferzata benefica, mi rischiara la mente e i polmoni, mi sento ad un tratto più calmo e ottimista, in fondo mantengo la speranza che domani lei verrà, alle tre, da Corsetti. Mi costringo a pensare ad altro, però non ci riesco, il ricordo di quell’ultimo abbraccio me lo sento ancora fisicamente addosso. Non sarà facile dimenticarlo anche se lo volessi, e certo non lo voglio.

Risalgo sulla moto e mi immetto nel traffico caotico di quell’ora di punta. Lo slalom che effettuo tra le auto mi impegna la mente, rilassandomi completamente. Ad ogni semaforo sbircio la gente dentro le macchine ferme.

Mi appaiono tutti uguali, si trascinano  vite che non vorrebbero avere,o peggio, se le rimirano ,soddisfatti di quel loro niente che valutano tanto.  

Penso che io finalmente ne sono fuori.

Comincio a intravedere i confini  che separano  una  piena esistenza ,da quelli edificati  a difesa del proprio ridicolo spazio di vita.

 Solo quaranta giorni fa  ho strisciato, per l’ultima volta, il mio badge, nel lettore aziendale e già mi sento in grado di filosofeggiare sui massimi sistemi dell’esistenza. Ridicolo. 

Riprendo i miei più realistici  panni di neo pensionato e mi avvio verso casa.

 Sono circa le otto e mezzo quando entro nel mio appartamento, accolto come sempre, dall’interessato benvenuto dei miei tre gatti affamati. 

Elargisco una carezza a testa e li seguo fedelmente in cucina dove apro una scatoletta di cibo che  verso nel loro piattino.

Solo dopo questa operazione mi spoglio e riesco a farmi una doccia calda.

Ascolto la segreteria telefonica.

 La voce di mio figlio mi rende subito allegro.

“ Ciao, papà, qui sono le due del pomeriggio e fa un caldo infernale. Io sto benissimo, credo che ritornerò tra una settimana. Dopo tre mesi di questa vita ho fatto il pieno e dunque ci vedremo presto. Stai tranquillo e saluta Mara. A proposito, auguri per il tuo compleanno,vecchio!”

Riascolto il messaggio una seconda volta solo per il piacere di risentire la voce di Valerio.

Ha trenta anni e, grazie a Dio, non ha mantenuto nemmeno una delle aspettative che come  genitore  mi ero creato nei suoi confronti.

 Se così fosse avvenuto, probabilmente lo avrei incontrato in fila a qualche semaforo, contento, magari, di essersi comprato l’ultimo modello di cellulare e in ansiosa attesa, forse, che gli consegnassero la macchina nuova.

Invece lui ha indossato una giacca e una cravatta soltanto  in occasione del mio secondo matrimonio e solo perché era il testimone di nozze, altrimenti dubito che sarei riuscito a vederlo abbigliato così.

Preferisce lavorare di notte perché, dice lui, “la notte non muore mai”. La notte, sostiene, è la vera realtà della vita, sempre presente in tutto l’universo e dentro di noi. Il giorno è effimero, un piccolo cono di luce in un buio eterno. La notte ti avvicina a te stesso, amplificandoti i sensi e rendendo più netta la linea sottile che separa quello che siamo da quello che crediamo di essere.

E’ un poeta-filosofo mia figlio. 

Un poeta che mischia liquori e colori, facendo volteggiare bottiglie e bicchieri,in sale assordanti di musica rock,pop,metal e chissà cosa altro.

Così ha scelto di guadagnarsi da vivere e  probabilmente se spenderà denaro per una barca di otto metri,  sarà la sua.

Mi stendo sul divano in salotto e comincio a sgranocchiare i miei biscotti preferiti, quelli alle mandorle ricoperti di cioccolato.

Accendo la televisione e mi rassegno a passare una serata da vero pensionato.

Le emozioni della giornata mi hanno evidentemente stancato e , circondato dai miei tre gatti che stanno facendo la corte al pacco dei biscotti, sento gli occhi che mi si appesantiscono e il respiro che si fa sempre più profondo.

No, non sto facendo meditazione trascendentale, mi sto semplicemente addormentando.

“La notte è ovunque” mi sta dicendo Barbara seduta sopra la mia scrivania.

“Che vuoi dire Barbara?” le chiedo mentre finisco di controllare quella richiesta di sussidio che mi ha passato il direttore questa mattina.

“Non so di preciso. Ma sento di dirlo: la notte è ovunque”

Alzo gli occhi e la guardo; è bellissima nel suo vestitino di lana che le lascia le braccia scoperte. Me ne sono innamorato appena l’ho vista la prima volta, immediatamente senza nemmeno averla sentita parlare. Una fulminazione. Ho sentito immediatamente che l’avrei amata e che anche lei mi avrebbe amato. Non sapevo nulla di lei, eppure sapevo che in quell’attimo c’eravamo solo noi due, a guardarci senza conoscerci minimamente ma certi di essere proprio noi, quelli che dovevamo.

La notte è ovunque mi sta ripetendo e io non capisco il significato di quelle parole. Entra Mara e mi chiama. Alzò gli occhi e le dico: “Amore, che fai qui. Ancora non ti ho mai incontrato. Come puoi,tu,essere qui, ora?” volto lo sguardo di nuovo verso Barbara ma lei non c’è più, al suo posto c’è una anziana signora con un livido sulla tempia, indossa una vestaglia e sorride. Rachele. Capisco sempre meno, mi alzo e vorrei allontanarmi da li, ma le mie gambe sono bloccate, non riesco a muovermi.

Il rumore della carta del sacchetto dei biscotti mi sveglia. Michelle, la gatta più anziana, tiene fermo il sacchetto con una zampina e con l’altra sta allargando l’apertura, stracciando e sbriciolando tutto sul divano, proprio vicino alla mia faccia.

Che sogno strano. Che situazione assurda. Guardo l’orologio, ancora è il mio compleanno. Sono quasi le undici e mezza, quando il telefono squilla.

Rispondo, sicuro di sentire la voce di mia moglie.

Ma non è lei. Una volta lontana, era stata mia moglie, ora è soltanto la madre di mio figlio.

“Scusa l’ora Stefano, ma volevo farti gli auguri per il tuo compleanno” mi dice con la il tono più normale del mondo.

Sono circa quattro anni che non ci sentiamo!

“Grazie” Rispondo io più che meravigliato

“Ti ho telefonato anche per sapere se avevi sentito Valerio”

Eccolo il vero motivo!

“Mi ha lasciato un messaggio in segreteria. Ha detto che sta bene e che tornerà tra qualche giorno. Ma come mai non hai sue notizie?” le chiedo

“Sono tornata oggi da Parigi e per due settimane non ho avuto un recapito fisso e il mio cellulare si è rotto.”

“Capisco. Apprezzo comunque gli auguri”le rispondo con l’intenzione di farle capire che so perfettamente che la sua telefonata è interessata. E poi aggiungo:”La vedi più Velia?”

E’ la sua volta di meravigliarsi. “Velia? E come ti è venuta in mente Velia?” mi chiede senza cercare di nascondere la sua sorpresa.

“Sai, ho incontrato Barbara, oggi,ed è lei che mi ha nominato Velia”

“Ma cosa stai dicendo. Barbara è morta da due anni” mi risponde.

“Ma cosa dici tu!!” le grido nella cornetta “Ci siamo parlati nemmeno quattro ore fa”

“Stefano, non è possibile. Barbara è morta due anni fa. Lo sanno tutti. Se non ci credi telefona a qualche amico comune”

“Ma io l’ho vista, mi stai dicendo una cazzata” le dico sentendo uno sgomento terribile crescermi dentro.

“Ti saluto Stefano, auguri di nuovo” chiude la comunicazione offesa dal termine volgare che ho usato e dal tono aggressivo con cui le ho parlato.

Perché mi ha mentito così stupidamente? Perché?

Prendo la rubrica del telefono e ricerco febbrilmente il nome di qualche vecchia conoscenza. Non ne trovo alcuno. Sono passati venticinque anni, ho rotto i ponti con tutti. Ma devo ugualmente verificare quel dubbio. Lo so, è illogica la mia ansia, ho parlato con Barbara nemmeno quattro ore fa e sento ancora il suo bacio e il suo profumo, ma non riesco a stare tranquillo. Tutta la giornata è trascorsa in una maniera strana, mi sono accadute cose assurde, il merlo che parla, la zingarella, e…l’incontro con Barbara. Devo assolutamente tranquillizzarmi. Cerco sulla guida del telefono il cognome del marito. Per fortuna ce ne sono solo una decina. Prendo in considerazione solo quelli della zona dell’EUR, e sono solo due. Telefono al primo.

Dopo sei squilli mi risponde una voce maschile.

“Buona sera, Mi scuso per l’ora tarda, ma avrei necessità di parlare con la signora Barbara” dico con il tono più gentile che la mia ansia mi consente in questo momento.

“Chi è lei?” il tono è sospettoso, ma la voce non mi sembra quella di Paolo, questa mi pare una voce giovane.

“Io mi chiamo Stefano Travia e sono un vecchio amico di Barbara. Posso chiederle lei chi è”

“Io sono il figlio” mi risponde

“Allora sei Roberto.” Esclamo contento. Me lo rivedo immediatamente davanti che batte sulla mia macchina da scrivere dicendomi ‘Stefano vedi quanto sono bravo, scrivo come la mamma’ .Veniva spesso in ufficio e io, innamorato com’ero della madre, mi ero immediatamente affezionato a lui.

“Non ti puoi ricordare,Roberto, ma quando avevi cinque anni,tu venivi in ufficio da tua madre e ti sedevi alla mia scrivania per giocare con la macchina da scrivere” gli dico quasi stessi parlando a mio figlio.

“Si mi ricordo. Lei è il signore che si è licenziato. Mi è dispiaciuto che lei se ne fosse andato. Mi era simpatico e poi la mamma parlava sempre di lei a casa.” Mi dice con tono più rilassato.

“Mi fa piacere che ti ricordi Roberto. Ma tu adesso dovresti quasi trenta anni se non sbaglio”

“Ne ho compiuti trentaquattro il mese scorso” mi conferma lui

“Sei un uomo! Non sei sposato… immagino”

“Eccome se sono sposato! Ho anche due figli”

“Allora forse ho sbagliato numero. Sai, ho cercato sulla guida telefonica il cognome e ho scelto quelli della zona dell’EUR. Probabilmente tua madre e tuo padre stanno all’altro numero telefonico”

“No, l’altro numero dell’EUR è di un fratello di mio padre. Mio padre abita con noi.” Mi spiega

A quella notizia comincio ad agitarmi.

“E tua madre? Anche lei abita con voi, immagino”

“Signor Travia, mia madre è morta due anni fa. Mi dispiace” mi dice

Sono impietrito.

“Signor Travia è ancora al telefono. Signor Travia….”

Chiudo la comunicazione meccanicamente senza pensare. La  paura mi paralizza la mente, ho paura di impazzire. Vado al bagno cerco la bottiglietta del Valium e ne verso venti gocce in un bicchiere. Le mando giù con un po di acqua, poi, in un cucchiaino, ne verso altre dieci e me le metto sotto la lingua. Ho un attacco di panico in corso. Tremo, sudo, ho il cuore che batte all’impazzata e un terrore cieco di stare per morire da un momento all’altro. Non me ne importerebbe di morire in questo momento, ma il terrore c’è. Cerco di reagire, mi sciacquo la faccia con l’acqua fredda e provo a respirare profondamente. E’ inutile, il diaframma è bloccato, il mio stomaco gonfio preme contro di esso e i polmoni non riescono ad espandersi. Mi sdraio sul divano e mi sembra di vedere tutti i fantasmi che mi stanno intorno, mi guardano con compassione e io mi aggrappo a loro con disperazione.

Resto così inebetito da tutte quelle sensazioni, poi il Valium comincia a fare effetto e pian piano riprende il respiro, il ventre si rilassa e i fantasmi cominciano a sparire, tutti tranne che uno, il quale comincia a parlarmi.

Buon compleanno Stefano, ti voglio regalare una storia.

E comincia a raccontare.

Anni e cent’anni Cap. VII Barbara ( per il Capitolo VIII leggere dopo il CapXI prima di proseguire col Cap. IX)

Ho ascoltato il racconto di nascosto fingendo di esaminare la mia agendina e di scriverci sopra chissà quali appunti di vitale importanza.

“Insomma adesso hai capito? Vivono insieme con i soldi dell’industriale”

“E’ uno schifo” afferma l’amico che, come me, ha ascoltato in religioso silenzio quella squallida storia di emarginazione.

Poi guarda l’orologio e bestemmia: “Per la madonna, sono quasi le sette, io devo scappare, se no mi tocca litigare con mia moglie. Ciao ci vediamo domani al cantiere”

Si alzano insieme e se ne vanno ogn’uno verso il proprio inferno personale.

Ordino un altro caffè, stavolta decaffeinato e rifletto.

Da questa mattina non ho fatto altro che ascoltare storie quasi incredibili. Per una vita intera, nessuno mi ha mai raccontato storie e ora, in un solo giorno, ne ascolto addirittura tre. Questa sembrerebbe una vera e propria congiura del destino. Io che non mi sono mai interessato a niente che non fossero bilanci, budget e business plan , ora vengo coinvolto mio malgrado in storie che sembrano favole. Mi ritrovo a conoscere, in un sol giorno, dimensioni distanti dalla mia vita e dalla mia capacità di fantasticare fatti e personaggi.   Tutto questo deve avere pure un senso. Ma quale? La maledetta abitudine di pormi domande non mi passerà mai. Dicono che sia normale per uno che ha fatto analisi per tanto tempo. Chiedersi, interrogarsi, sceverare tutto e tutti gli accadimenti della propria vita. Ma a questo punto mi sembra più che normale, chiedermi se tutte queste siano coincidenze o no.

Mi alzo e mi guardo allo specchio che costeggia l’intero bancone.

Mi vedo. Sono io. I miei lineamenti sono sempre gli stessi. Occhi piccoli ma, a quanto dicono gli altri, espressivi; naso dritto e regolare, tanto invidiato da mia moglie; bocca e mento come un’opera d’arte e il fisico, seppure un po  appesantito,fa sospettare ancora i fasti atletici di un tempo.

Sono proprio io, anche se non ho indosso più giacca e cravatta , sono io Stefano.

Mi rendo conto che la cassiera mi sta osservando incuriosita. Allora, piroettando sul mio piede sinistro, mi volgo verso di lei e le dico: “Stavo controllando se ero un altro. Invece sono proprio io” Le poso cinquemila lire sulla cassa, le faccio l’occhiolino  e me la filo, lasciandola di stucco.

Maledizione! Non è finita ancora. Mentre sto risalendo sulla moto vedo una persona che non incontravo da almeno venticinque anni.

Barbara!

Le conduzioni elettriche del cuore sembrano sballarsi. Gli atri e i ventricoli cominciano a twistare . Mi ingoio due pasticche di Ritmonorm che porto sempre dietro per le occasioni speciali e mi accorgo che la fibrillazione, appena accennata, rientra immediatamente. Dopo essermi pentito di aver ingoiato le due pasticche , grido:” Barbara!” .

 Lei, sull’altro marciapiede si ferma e si guarda intorno. “Barbara, sono qui” grido di nuovo agitando il maledetto casco per aria.

Lei mi vede ma è evidente che non mi riconosce. Rimane interdetta e allora le vado incontro senza nemmeno guardare le macchine, costrette a  frenare per non investirmi.

Istintivamente, mentre mi avvicino, lei fa un passo indietro, ma resta ferma senza allontanarsi.

Ora le sono davanti e la guardo. E’ bellissima il suo viso mi sembra ancora fresco e giovane, solo i capelli ormai interamente bianchi tradiscono la sua età.  Mi sembra una visione , ne sono ancora innamorato.

 Ha perso un pochino la somiglianza con Romy Schneider,però considero che Romy è morta a quarantadue anni e Barbara ora ne ha quasi sessanta e dunque non lo posso sapere se la somiglianza è venuta meno o no.

Le dico tendendole le braccia:”Barbara,non mi riconosci dunque più? Mi hai dimenticato a questo punto?”

Lei continua a guardarmi incuriosita e mi scruta. Mi rendo conto di avere i capelli troppo lunghi e di essere abbigliato in maniera indecorosa, forse farebbe fatica a riconoscermi anche mio figlio che non mi vede da tre mesi, allora le dico “Sono Stefano. Stefano Travia “ Il lampo di meraviglia che vedo nei suoi occhi mi dice che finalmente mi ha riconosciuto.

“Stefano Travia. Certo che stupida che sono!” mi tende le braccia anche lei.

Io l’abbraccio e la bacio su entrambe le guance. Lei mi guarda con quei suoi occhi verdi a cui gli anni non sono riusciti a rubare  nè la sfavillio nè l’autostrada per l’anima.  Congiunge le mani e se le porta al petto. “Oh Stefano, quanti anni, quanti anni”

“Una vita intera Barbara” sono commosso alla sua commozione

La riabbraccio e stavolta la stringo forte a me. Lei si mette a singhiozzare in mezzo alla strada.

 Una matura signora che piange abbracciata a un altrettanto maturo signore.

Ci stacchiamo da quell’abbraccio e ci fissiamo con gli occhi lucidi, tenendoci entrambe le mani. Una scena patetica, ma chi se ne frega. Ci siamo ritrovati dopo una vita e abbiamo pure il diritto di essere patetici.

Lei parla per prima. “Auguri Stefano, oggi compi cinquantacinque anni”

Detto da lei mi sembra musica. Si ricorda ancora la data del mio compleanno! Io le rispondo sullo stesso tema.

”Barbara ,ogni cinque Dicembre di questi venticinque anni ho sempre pensato a te, ma non ho mai avuto il coraggio di chiamarti” le dico ormai pronto a sciogliermi del tutto.

“Stefano, ma tu non sei invecchiato!” esclama sinceramente sorpresa

“Barbara, noi saremo sempre giovani”

“Lo sai che io ho quasi sessanta anni?” si schermisce lei in un sussurro

“Ti sbagli. Io ne ho trenta e tu trentaquattro” le dico io e aggiungo“Non siamo invecchiati, non abbiamo vissuto!”

“Che vuoi dire?”

“Potevamo vivere e non abbiamo vissuto.”

“Io sono scappato come un vigliacco. Ho cambiato lavoro pur di non vivere più quella tortura”

“Per questo ti sei licenziato?” mi domanda con lo stupore negli occhi.

 “Tesoro mio, non ci siamo mai detti niente, ma sapevamo tutto di noi. Tu non sapevi, forse, che io ero innamorato di te?”

“Si lo sapevo, ma non ne avevo la certezza. Lo speravo e ne ero spaventata. Tu eri diventato padre da poco e io avevo già due figli. Cosa potevamo fare Stefano?”

“Potevamo amarci, potevamo essere felici, potevamo invecchiare insieme. Ma non abbiamo avuto il coraggio.”

 “Adesso è passato tutto. E forse è stato meglio così” conclude lei, senza convinzione.

“Allora d’accordo. Siamo stati molto furbi. Io, comunque, non sono  riuscito a salvare il mio matrimonio” le dico.

“ Lo so. Velia, te la ricordi Velia, è rimasta amica della tua ex moglie e mi ha detto che ti sei risposato. Sei felice?”

“ Sono innamorato di mia moglie e le voglio bene. Mi sembra più che soddisfacente come situazione . E tu?”

“Sono sempre sposata con Paolo” mi sembra di percepire un velo di rassegnazione nella sua voce.

“E’ stato un buon marito?” le chiedo con la sincera speranza che, almeno per lei, il nostro sacrificio sia servito a qualcosa.

“E’ stato un marito. E io una moglie” la sua risposta ,invece,  ha un sapore amarissimo.

Quest’ultima frase, detta d’impulso, evidentemente l’ha spaventata .

E infatti mi dice:

“Mi ha fatto piacere incontrarti Stefano; davvero, tanto tanto piacere” 

Cristo, sta scappando di nuovo e io, di nuovo, non oso impedirlo.

“Anche a me ha fatto piacere vederti. Mi spiace che tu…” comincio a balbettare vigliaccamente

“Zitto Stefano, non dire nulla. Abbiamo le nostre vite, abbiamo fatto le nostre scelte e l’emozione che abbiamo provato nel rincontrarci ci deve bastare, credimi Stefano, è meglio così” mi interrompe quasi a consolarmi.

Per Dio, devo fare qualcosa! Tra venticinque anni lei ne avrà ottantacinque e io giù di li, saremo due larve umane nella migliore delle ipotesi.

Le dico:“Io domani pomeriggio alle tre sarò da Corsetti. Ti aspetto”

Voglio apparire deciso, ma mi accorgo che la voce tremante mi fa apparire più come un mendicante che come un comandante.

I suoi occhi verdi sono ormai tristi quando mi dice: “Ricordati che io sono più grande di te e quindi più giudiziosa”

Detto questo mi fa una carezza e poi ,cingendomi il collo, avvicina la sua bocca alla mia e mi bacia come, per una vita, ho sempre sognato. Sento le sue labbra morbide contro le mie e mi sembra di baciare una ragazza, la mia innamorata.

Sto li ,come un coglione bollito a farmi baciare da quella che poteva essere la mia donna,  e, prima che io possa ricambiare il suo ardore, si scioglie dall’abbraccio, volta le spalle e sparisce dentro l’ingresso della stazione della metropolitana.

Rimango inebetito a galleggiare in quel vuoto infinito che sento dentro di me.

Mi ci vogliono alcuni istanti per rendermi conto che lei mi ha voluto lasciare qualcosa di suo, qualcosa che potrò conservare.

 Ai miei piedi c’è una grande busta gialla. La raccolgo e riconosco immediatamente la sua calligrafia.

La busta contiene dei fogli scritti da lei. Mi sento come se le stessi ancora parlando , non ho bisogno di guardarla negli occhi, li ho sempre ben fissi nella mia mente. La sua calligrafia comincia a raccontare

Anni e cent’anni Cap.V Tramonto

La sua voce mi ha catturato in una sorta di malia gitana.

“E’ una bella storia” le dico”Ma cosa c’entra con te?”

“Io, sono Virginia. E questa è la mia storia!”

“Ma cosa stai inventando? La tua storia, tu,come tutti, te la scrivi da sola…..” inizio a filosofeggiare. 

All’improvviso scoppia a ridere in una spontanea,  quanto incomprensibile, allegria e non si ferma più.

La guardo stralunato e penso che mi sono imbattuto in una pazza.

“Cosa hai da ridere?” le chiedo

“Ti ho preso in giro, ti ho preso in giro” cantilena senza smettere di ridere.

Io resto zitto ammutolito da quella evidente follia.

“Ma davvero avevi creduto che avrei scopato con te?”mi chiede dandomi un pizzicotto sulla guancia.

Il sole ormai è più vicino al mare che al cielo.

 Tra poco farà freddo.

 Bel regalo di compleanno mi ha fatto questa ragazzina!

 Lei smette di ridere e mi chiede:

 “Come ci si sente a essere vecchi?”

 “ Bimba, io non sono mica lo speziale.Quanti anni pensi che io abbia?” le chiedo risentito per quella, che considero una offesa

 “Settanta, ottanta. Che ne so? Sei vecchio. Per me tutti i vecchi sono uguali”risponde facendo spallucce

“Tuo padre quanti anni ha?” le chiedo

“Quaranta” risponde lei pronta

“E’ giovane allora” le dico

“Ma che dici! E vecchio anche lui. Hai sentito che ho detto? Ha quaranta anni. Quaranta”

Mi sento divertito da quel suo modo di ragionare e questo mi compensa dalla malinconia che avevo cominciato a provare.

“Adesso io devo andare, bambina” le dico alzandomi

Immediatamente si alza anche lei e mi dice, tendendomi la mano con il palmo rivolto in alto:

 “Non mi dai niente?”

“E perché ti dovrei dare qualcosa?”

“Non ti è piaciuta la mia storia?” mi chiede delusa

“Si che mi è piaciuta. Ma non vedo perché dovrei pagarti per una storia che non ti ho chiesto di raccontarmi” le rispondo

“Allora preferiresti che io mi guadagnassi da vivere in maniera diversa? Non pensi che una storia come questa possa valere più di una scopata? Ti ho dato comunque del sesso con la mia storia . ” 

Metto una mano in tasca e le do diecimila lire.

“Secondo te è una storia da diecimila lire? La valuti diecimila lire la tua solitudine?” il suo sguardo non è più di una bambina e quello di una donna.

Forse quella storia mi ha smosso qualche istinto nascosto oppure la sua ultima frase ha toccato la parte più debole di me, fatto sta che sento un impulso incestuoso.

“ Ora, se me lo richiedessi farei l’amore con te” le dico senza poter controllare le parole.

“Nonostante il mio collo sporco e i miei stracci?” è ancora la donna a parlare

“Ora  vedo solo i tuoi occhi e te , dietro di loro”  sussurro a malapena

Resta un attimo in silenzio  e il suo sguardo si riempie di una tenerezza quasi materna, poi alzandosi sulla punta dei piedi,  mi da un bacio sulle labbra. Volta le spalle e s’incammina lungo la riva, lasciandomi le diecimila lire in mano.

La guardo allontanarsi senza avere il coraggio di seguirla o di chiamarla.

 Mi sale un nodo alla gola. Accendo una sigaretta e sento ancora il caldo delle sue labbra.

Un bacio così lieve, eppure tanto gravoso.

 Il mio compleanno mi sta riservando grosse sorprese. Finisco di fumare poi raccolgo il maledetto casco e, prendendo a calci la sabbia, me ne ritorno alla moto.   

Tra poco sarà buio.

Decido di infilarmi gli occhialetti da vista, che incastro accuratamente tra le tempie e le pareti del maledetto casco.

 Ora il buio non è più un problema.

So che il sole sta sparendo nel mare, mutando il cupo rossastro nel cinerino del crepuscolo, ma non mi sento di volerlo  guardare.

Mi inoltro per la pineta dove a quell’ora le prostitute sono più numerose degli oleandri che, sparsi, costeggiano la strada;sono quasi tutte di colore, tutte giovani e sensuali,  e …piene di aids probabilmente.

Esito solo un istante e poi tiro dritto facendomele sfilare accanto, insensibile ai loro richiami. Sono anni e anni che non vado più a puttane, figuriamoci oggi.

La strada del ritorno vede un ultracinquantenne in sella ad una potente moto che ora arranca sull’asfalto.

Mi superano tutti, ma la mia mente divisa tra il merlo della mattina e la zingara del pomeriggio non mi consente di essere concentrato sulla guida veloce.

Ormai è buio quando arrivo all’EUR . Ho bisogno di un caffè. Mi fermo davanti al bar del laghetto, un casotto che, da trenta anni, mantiene un aspetto di eterna precarietà; in compenso è ben illuminato e caldo. Mi siedo a un tavolinetto, mi accendo una sigaretta e ordino un caffè. Telefono a mia moglie, che a quell’ora dovrebbe aver concluso quella sua riunione.

Spero che la sua voce mi faccia ritornare alla realtà, mi sento ancora in una dimensione fantastica.

“Ciao Mara, hai finito di giocare alla donna in carriera?”

“Ciao Stefano. Ti ho chiamato ma non eri raggiungibile, volevo dirti che Sabato sera  staremo  a cena da Agnese”

Mia moglie è sempre la solita. Le avevo detto che non volevo, assolutamente, festeggiare il mio compleanno e adesso mi ritrovo con un invito a cena organizzato a tradimento.

“Ma come devo fare con te, Mara? Te lo avevo detto che non voglio festeggiare il compleanno….” l’aggredisco

“Non festeggiamo infatti, solo che gli amici hanno piacere di vederci e dato che io devo rimanere qui a Madrid fino a venerdì, hanno pensato di organizzare per Sabato, ma sanno perfettamente che è vietato parlare di compleanni” mi tranquillizza lei

Sono affezionato ai pochi amici che la vita ci ha conservato e dunque mi arrendo facilmente.

“Va bene. A Madrid che tempo fa?” chiedo nostalgico, pensando a tutti i mesi che ho lavorato nella capitale spagnola.

“Tira un vento fortissimo e fa molto freddo” mi dice lei

“E’ vento dell’Atlantico, segno che tra  poco arriverà una perturbazione” prevedo, ricordandomi di tutti i meteo della TVE che ogni sera mi facevano compagnia nelle  cene solitarie.

“Infatti. I colleghi spagnoli me l’hanno già preannunciato” conferma lei

“A proposito con la lingua come te la cavi?”

“Capisco quasi tutto, se parlano lentamente. Per parlare, invece, uso l’italiano, tanto loro mi capiscono con facilità”

“Approfitta per imparare a parlare un po di castigliano, così quando ritorni facciamo esercizio insieme”

“Va bien. Hasta la vista!”

“Non hasta la vista, ma Hasta Manana, ci sentiamo domani, non più tardi.

“No caro, ti telefono più tardi. Ti devo controllare, ora che sei libero come l’aria” mi dice scherzando. Ma non scherza, in realtà è preoccupata della mia nuova situazione e teme che riempia le mie ore oziose con qualcosa di illecito.

Per questa sua eterna preoccupazione, quando stetti sei mesi di seguito a Madrid mi veniva trovare tutte le settimane e restava con me dal venerdì sera al lunedì mattina, a prezzo di un rilevante stress, in considerazione che lei, in quel periodo, viaggiava per l’Italia e non aveva certamente la vita facile.

Quella è stata una vera prova d’amore nonostante i suoi vari “Ciccio” al posto di “Tesoro” o “Amore”.    

“Ti amo Ciccia” le dico provando un moto di affetto improvviso

“E’  solo un periodo, Stefano. Vedrai che poi comincerò a rimanere fissa a Roma e potrò anche uscire presto dall’ufficio. Anch’io ti amo tanto, Ciao Ciccio a più tardi” mi dice lei facendomi sentire uno scrocchio che dovrebbe essere un bacio.

Concluso il colloquio, ripenso a tutti gli aeroporti e le stazioni ferroviarie dove ci davamo appuntamento per incontrarci durante le nostre missioni di lavoro nei luoghi più disparati d’Italia e del mondo.

Pur di stare insieme qualche ora a volte ci facevamo un paio d’ore di aereo per incontrarci a metà strada, quando lei lavorava nel Nord Italia e io stavo i Europa.

Ci siamo incontrati a Parigi, a Vienna, a Praga,a Milano,  e in tanti altri posti, solo per passare una notte insieme.

E’ da diciassette anni che ci corriamo appresso. Forse per questo la nostra unione è durato fino ad adesso, alla faccia di tutte le difficoltà che il destino ci ha messo davanti.

E adesso io sono pensionato.

E lei ha ancora quindici anni di lavoro di fronte.

Uhm! Speriamo bene.

Il cameriere mi porta il caffè.

 Sembra fatto a regola d’arte. La cremetta è densa e l’odore è quello di una buona tostatura . Me lo sorseggio tra una tirata e l’altra del mio veleno e mi metto ad osservare due tizi che stanno in piedi di fronte al banco. Sono due omaccioni vestiti con abiti da magazzini popolari, probabilmente due operai che hanno concluso la loro giornata lavorativa e si stanno facendo un goccetto prima di ritornare alle lamentele delle loro mogli. 

 Non posso fare a meno di sentire quello che stanno dicendo, perché parlano a voce alta e uno sembra proprio arrabbiato.

“Ti dico che è vero! Non ci potevo credere nemmeno io,però è la sacrosanta verità. Se lo vedessi non lo riconosceresti nemmeno tu. A pensare che mia sorella era andata anche in tribunale a testimoniare in suo favore e poi per che cosa…?”

“No, no aspetta, mettiamoci seduti e raccontami tutto, non ci posso proprio credere” lo interrompe quell’altro con aria interessatissima.

Prendono i loro bicchieri e si vengono a sedere al tavolinetto appiccicato al mio.

E quell’altro comincia a raccontare.

Anni e cent’anni Cap. IV Lo speziale

Una leggera nebbiolina ondeggiava lievemente intorno agli alberi e sul prato, facendo brillare ai raggi del primo mattino le innumerevoli gocce di resina che ruscellavano dalle piante addormentate.

Protetto in quell’alone di vaghezza, il paesaggio assumeva rapidamente, i contorni del giorno e i suoni della campagna  andavano prendendo il sopravvento sul silenzio della campagna.

Il rumore stridente del ponte levatoio annunciò l’uscita del drappello reale di caccia, preceduto dall’abbaiare dei cani, che aprivano la strada ai poderosi cavalli dal respiro fumante, nel freddo mattino di autunno.

Le voci eccitate dei cacciatori, ancora impastate dal riposo notturno, sembravano squarciare l’intera natura, le bianche armature scintillanti  profanavano il maestoso silenzio e il suono dei corni sembrava annunciare l’inizio di quella liturgia di morte che i cavalieri si accingevano a celebrare come una festa.

La preda era lontana ma non irraggiungibile, il suo destino si sarebbe compiuto quel giorno e quella consapevolezza la investiva con  poderose ondate di paura , strappandogli le forze e la capacità di fuggire.

Era una giovane di appena sedici anni, figlia del maniscalco del feudo di Devanture, era stata prescelta per quella prova poiché era la più giovane del villaggio e la sua cattura avrebbe preceduto il festino, in onore del suo sacrificio.

Se fosse stata catturata sarebbe stata rinchiusa nella gabbia di legno e lasciata alla guardia dei cani che l’avrebbero riempita di terrore, poi, col giungere della sera, sarebbe stata condotta dal  Signore di Devanture dal quale avrebbe subito oltraggio, non prima di aver preso un bagno profumato.

Infine,dopo aver soddisfatto il prepotente desiderio del suo signore, sarebbe stata consegnata alla soldataglia che avrebbe fatto scempio del suo corpo e della sua mente.

Virginia, questo era il nome, era a conoscenza del suo destino e parimenti conosceva il premio che avrebbe ricevuto se fosse riuscita a sottrarsi alla cattura.

Sino ad allora nessuna vittima aveva scampato quel crudele destino e pertanto nessuna era riuscita a divenire la sposa del signor di Devanture e di conseguenza padrona del feudo dove egli regnava, padrone incontrastato delle cose e degli uomini.

Pero’ la legge era inequivocabilmente chiara e così stabiliva:

“La donzella che riuscirà a sottrarsi alla cattura del drappello reale  allo scadere della dodicesima ora dall’inizio della caccia, diverrà la sposa del regnante della landa di Devanture, ove regnerà ella stessa con tutti gli onori dovuti al suo rango” 

Questo miraggio aveva spinto più di una fanciulla ad affrontare la prova per cui era stata prescelta, non con il terrore che essa avrebbe dovuto provare, bensì con una malcelata gioiosa speranza di riuscire ad acquisire quello status che le avrebbe consentito di non patire quelle comuni sofferenze quotidiane che il popolino accettava ormai come condizioni normali di vita.

Virginia,invece, era completamente terrorizzata da quella sorte e non pensava minimamente alla ricompensa che avrebbe potuto cambiare la sua vita e quella di tutta la sua famiglia, il suo unico pensiero era la sofferenza e la probabile morte animalesca che le era riservata.

Raggomitolata tra le canne dello stagno, piangeva sommessamente in attesa che i suoi scintillanti carnefici, guidati dai cani, la imprigionassero nella gabbia di legno.

Mentre piangeva tutto il suo corpo era scosso da un tremito irrefrenabile, causato più dalla paura che dai singhiozzi.

Improvvisamente udì un rumore di canne smosse alle sue spalle e questo la riportò alla realtà, facendole girare la testa per vedere cosa stesse accadendo dietro di lei.

Sapeva che non potevano essere i cacciatori, in quanto ancora lontani e quasi sperò di trovarsi faccia a faccia con uno sconosciuto pericolo mortale che le avrebbe risparmiato le ore di sofferenza che già aveva iniziato a vivere.

Le cime delle canne ondeggiavano come se una forza sconosciuta stesse cercando di trovare un varco tra di esse, scostandole di passo in passo, mentre alle sue orecchie si aggiungeva il rumore delle foglie schiacciate sotto il peso di uomo o animale che avanzava  verso di lei.

Smise di piangere e si drizzò in piedi pronta ad affrontare quella inaspettata e misteriosa situazione.

Con sua somma sorpresa vide emergere dal folto del canneto la figura esile ed impacciata dello speziale del paese.

Questi era un omino tutto ripiegato su se stesso dalla vecchiaia e forse dal peso di tutte le nascite e le morti cui aveva assistito.

La gran massa di capelli bianchi si confondeva con la folta barba che lasciava intravedere il piccolo naso aquilino e gli occhietti velati dagli anni, che, però, non erano riusciti a togliere da essi, quella luce vivida di intelligenza e speranza, che lo speziale, a dispetto della sua lunga vita, riusciva ancora a mantenere.

Virginia, Virginia, cara fanciulla,

 non temere più nulla”

La sua voce tremolava in rima come sua abitudine e mentre parlava accompagnava il suo dire con ampie e rassicuranti evoluzioni delle braccia.

Non disperarti,

bambina,

sono qui per salvarti”

Virginia lo guardò stupita e un vortice di speranza prese a mulinarle nel cuore.

Lo speziale l’aveva fatta nascere e rappresentava per tutto il paese un punto di riferimento, come la stella polare per quelli che andavano per mare.

Lo speziale era sicurezza, calma, fiducia che tutto sarebbe andato bene, e la fanciulla alla sua vista si rincuorò, anche se, razionalmente, non avrebbe potuto immaginare una sola ragione valida per smettere di avere paura.

“Caro speziale, mio buon padrino, come farai ad aiutarmi, tu che sei così buono, ma tanto, tanto vecchio?

“Son vecchio e’ vero

 pero’ sono serio,

 e se ti dico di stare tranquilla

 pensa una sola parola e dilla”

“Grazie speziale” rispose Virginia piena di gratitudine

“Ora ascolta le mia parole

e capirai che non son fole,

 prendi questo mio manoscritto

 e al signor di Devanture

 che vuole il suo diritto,

 fallo leggere stasera

e la sua faccia diverrà di cera!

Dopo aver letto codesto foglio,

 non ti farà varcare,

 certo il suo soglio!

Riprendi i tuoi panni

 e vieni da me, senza piu’ affanni.

 Ed ora prometti ragazza mia,

 che dopo verrai a casa mia.

Se non verrai subito dopo,

 lo scritto non otterrà il suo scopo

 e fatalmente ciò che tu sai,

 si compirà

 e non ti salverai.”

La ragazza prese il pezzo di carta che il vecchio le porgeva e lo nascose nel seno e poi inginocchiatasi di fronte allo speziale, pronunciò il solenne giuramento.

“Prometto speziale di correre da te non appena il signor di Devanture mi liberera””

“Brava fanciulla,

 vai verso il tuo destino e non temere nulla” 

Ciò detto indietreggiò di un passo e il canneto parve inghiottirlo.

Quasi contemporaneamente dalla parte opposta le canne si piegarono con gran rumore per annunciare la vista degli armati che avevano concluso la loro caccia.

Il piccolo corteo fece ingresso nel feudo annunciato dal rullare dei tamburi e dal suono acuto dei liuti che aprivano la teoria dei cacciatori reali.

In mezzo allo sfilare delle armature si poteva vedere la grande gabbia in legno attorniata dai cani che abbaiavano minacciosi all’insegna della  prigioniera.

La folla si apriva al passaggio del corteo come l’onda  si divide alla prora della nave e tutta la gente si sentiva eccitata da emozioni contrastanti.

La pena nei confronti della fanciulla troppo spesso veniva sopraffatta da un sentimento equivoco che ondeggiava tra il sadico piacere di lombrichi pensieri e il disprezzo per la vittima, alla quale veniva, inconsciamente, attribuita la colpa del proprio destino, che avrebbe infamato l’onore della fanciulla.

Alcune donne piangevano e altre sogghignavano, alcuni uomini erano impietriti dall’odio verso quella chiara ingiustizia e altri, nel vedere quelle vesti ormai lacere, lasciavano libera la loro fantasia a disegnare i contorni di quelle giovani forme che avrebbero voluto palpare.

E l’umanità del feudo si schierava così a rappresentare i due aspetti dell’esistenza.

Il vociare della gente si arrestò solo quando l’enorme portone di abete si richiuse alle spalle dell’ultimo componente del corteo, rubando alla vista quello spettacolo  che aveva discriminato la purezza dalla cupidigia, la pena dal piacere, gli angeli dai demoni.

E  anche quel giorno, come tutti gli altri, alla fine si concluse.

Le ultime ombre sbiadirono nella notte e i candelabri brillarono nelle sale del castello del Signor di Devanture.

Virginia aveva freddo e dunque l’invito dell’ancella più anziana ad entrare nella calda piscina profumata di aromi di rose e di gigli, la tentava moltissimo.

Ma la fanciulla cercò di resistere alla tentazione di accondiscendere a quella lusinga, però, per sua fortuna, in maniera gentile, ma ferma, l’ancella la prese per un braccio e la condusse nelle vaporose acque odorose.

Il suo corpo sembrò riprendere l’elasticità della sua giovinezza e le sue forme ritrovarono quella rotonda armonia che suggeriva l’idea della loro morbidezza.

Virginia, prima di entrare nella grande vasca, aveva fatto scivolare lo scritto dello speziale tra le pieghe delle vesti che ora giacevano ai bordi dell’acqua.

Quando ella uscì si chinò a raccogliere il prezioso documento che a detta del vecchio, le avrebbe salvato l’onore e la vita.

Lo strinse nel pugno accartocciandolo il più possibile per nasconderlo alla vista delle presenti.

La vestirono di vesti finissime, intessute da maestri tessitori, che avevano essi stessi allevati i bachi da seta per il loro signore.

Il contatto dei veli sul proprio corpo le dette un fremito di piacere e per la prima volta avvertì una  sensazione di strana consapevolezza di alcune sue più nascoste parti.

Stupita ella stessa di quella nuova intima esperienza, volle guardarsi nella lastra di rame che rifletteva la propria immagine.

Vide se stessa come mai si era vista e una punta di orgoglio le dette la forza di affrontare quella situazione che le si stava proponendo.

Per un solo attimo fu tentata di cimentarsi in quella sfida sperando che la propria prorompente bellezza potesse piegare la volontà del suo carnefice, ma la consapevolezza della propria inesperienza le ricacciò immantinente quella idea che le aveva strappato un solo lampo rivelatore sulle labbra e negli occhi.

Quel lampo, l’ancella anziana lo colse all’istante e la sua esperienza la spinse ad elargire un consiglio alla pulzella.

” Mia cara fanciulla, sei bellissima e molto desiderabile. Il tuo corpo sembra essere fatto per il piacere dei sensi, ma sappi , povera ingenua, che il tuo destino non potrà essere revocato.

Il signore a cui sei destinata e’ avvezzo a forme morbide e giovani, e’ avvezzo a giacersi con giovani, forse, ancora più belle di te.

E dunque rassegnati al tuo fato e spera che tutto ciò possa terminare il più rapidamente possibile.

Quando egli sarà dentro di te, tu stringilo e lascialo continuamente, attiralo e allontanalo e vedrai che in pochi minuti egli si accascerà.”

Virginia non capiva le parole dell’ancella e avrebbe voluto chiedere spiegazioni a quello strano dire di stringere e lasciare, ma non ne ebbe il tempo, un suono di clavicembali si sparse nella stanza e una porta si apri.

Venne sospinta verso quella stanza adiacente e varcando la soglia riuscì a vedere il signore di Devanture.

Era un uomo come tanti altri, solo un po’ più grasso della media.

Era fermo con le gambe allargate proprio al centro della stanza, i pugni sui fianchi come a sorreggere due enormi cocomeri.

Aveva forse l’età di suo padre ed era vestito da una lunga camicia bianca.

“Vieni avanti pulzella”  ordinò con voce imperiosa

“Mio signore, prima di avanzare verso di voi, credo dobbiate leggere questo scritto”

Virginia parlò con voce tremante, ma il suo braccio si sollevò deciso a mostrare la carta che stringeva nel pugno.

“Cosa e’ questo foglio? Hai scritto una poesia d’amore per il tuo Signore?”

interrogò il principe, un poco  sorpreso.

“No mio potente Signore. E’ dello speziale!”

L’uomo si avvicinò e quasi le strappò il foglio di mano.

Lesse velocemente una prima volta e rilesse poi con maggiore attenzione.

Come pronosticato dallo speziale, il signorotto impallidì all’istante e dopo un attimo di indecisione, tuono: ” Che sia ricondotta a casa sua e venga immediatamente in mia presenza il ciambellano di corte”

L’ancella sorpresa da quella inaspettata situazione esitò quanto bastò per far adirare ancora di più il suo signore.

“Fuori di qui. Non voglio vedere nessuno se non il ciambellano”

E cosi Virginia fu lasciata libera all’istante e come promesso allo speziale, diresse i suoi passi verso l’abitazione del vecchio che le aveva salvato la vita.

La notte accompagnava i suoi passi celando la sua presenza nella strada deserta.

Giunta di fronte alla porta dello speziale non ebbe bisogno di bussare, che l’uscio si spalancò alla suo cospetto.

La debole luce della candela spandeva un tenue chiarore all’interno e Virginia scivolò dentro la casa aprendo il mantello datole dall’ancella.

Il vecchio l’abbraccio’ felice e l’invito’ a sedersi.

Per l’occasione butto’ due ceppi nel camino e infiammo’ gli sterpi posti sotto di essi.

Una calda luce divampo’ nella stanza e, per la prima volta in quel giorno, Virginia avvertì una sensazione di pace e rilassatezza.

Finalmente si sentiva al sicuro!

Come hai visto Virginia cara,

 il signor di Devanture ha perso la gara,

 come io avevo predetto,

 non sei  entrata  al suo letto.

Ed ora ragazza mantieni quel che hai giurato

 e gioca ad un gioco che non mai giocato”

I versi dello speziale sembravano una cantilena dolce e accattivante e Virginia si rilasso’ ancora di piu’

“Certo speziale, come vuoi tu. Come vedi ho mantenuto la mia promessa di venire da te.

Ma ora dimmi, perché hai voluto che venissi qui da te invece di farmi tornare direttamente da mio padre?”

 ” Quando nascesti sedici anni orsono

 il lampo giocava col tuono

 la pioggia batteva le strade

io svenni ,come un sasso che cade.

 Nel sogno ,sognai un sortilegio,

 una maga annunciò un privilegio

 che avrei avuto di li a qualche anno

e che mi avrebbe dato un grande affanno

unico  uomo in tutto il creato

 per un’ora, giovane sarei tornato

Il sortilegio sarebbe avvenuto,

 proprio per te, che mi vedi canuto.

Per sedici anni pazientemente ho aspettato

 e finalmente il giorno e’ arrivato.

Son vecchio e ho vissuto piu’ vite

ed e’ ora che mi involi in un mondo più mite,

 ma prima che il fato mio si concluda ,

voglio sperare che la profezia non mi deluda.

Se il vero e’ vero, allora, tra poco,

noi inizieremo il nostro gioco,

 e dopo un’ora tu andrai via,

lasciandoti alle spalle la vita mia.

Dimmi con gli occhi se hai capito,

 non dire parole ,se no, il gioco e’ finito.

Vedo fanciulla che sei d’accordo

e dunque vieni piu’ avanti qui, sul bordo.

Ora ,chinati verso il mio ventre

 e chiudi gli occhi ,che ‘io faccio nel mentre,

socchiudi la bocca carnosa e vermiglia

e pensa  all’ago che il filo piglia,

le tue dita sono ora sul filo,

 ne sento ,leggiadro, il  profilo,

 ora come  infili il tessuto nella cruna,

 prendi il mio filo  sulla tua parte piu’ bruna.

Non ti spaventare se il filo diventa matassa,

ti fara’ un po’ male ,ma poi passa,

lo senti il tessuto che entra in te?

ecco cosi’, sei tutta per me!

La matassa diventa cuscino

ed io mi sento come un bambino.

Non ti stupire se spingo forte

i bianchi tuoi lombi mi daranno la morte,

ecco, comincio a vibrare come una foglia.

Si, cosi’, sento rinascere in te la voglia,

stai ferma bambina, non ti agitare

si ,io mi  inabisso, dentro il tuo mare,

 Addio Virginia, sento l’affanno venire

il tuo ventre mi sta facendo morire,

muoio adesso, dentro di te

dove lascio una vita che più non c’e’

 Cio’ detto il vecchio si accascio’ sul corpo della giovane che ancora non si era resa conto esattamente di quel mare di sensazioni.

Virginia continuava a gemere e implorare qualcosa che ormai era morta con lo speziale, ma che adesso  le appariva irrinunciabile.

Quel suo sentirsi sciogliere il ventre, quel suo istinto di femmina, quel suo desiderio di essere presa da dentro in tutto il suo essere, la spinse ad uscire da quella casa e a correre verso il castello.

I soldati, nel vederla così scarmigliata e vogliosa, incuranti che lo speziale avesse scritto di quella mortale infezione venerea, la stesero su una tavola della loro mensa e, a turno, la possedettero con la furia del desiderio che ella aveva loro trasmesso.

Quando, all’alba, l’ultimo soldato si accasciò rantolante su di lei, Virginia ancora invocava: “Ancora, ancora,ancora………………………………………”

Anni e cent’anni Cap. III Sintomi di follia

“Che cazzata!” esclamo a voce alta.

Ma il merlo è già andato via. Lo vedo in fondo alla spiaggia, vicino al mare che frulla le sue piume.

Un attimo, però. Quello mi ha raccontato una storia.Non una o due parole, ma una storia intera!

Comincio ad agitarmi. Vuoi vedere che la vita da pensionato mi sta facendo diventare matto?

 Eppure l’ho sentito parlare con quella sua voce arrochita dallo sforzo.

Non riesco a capacitarmi.

Il benessere provato fino a qualche momento prima, ora  si è volatilizzato come quel maledetto uccello che non riesco nemmeno più a vedere. Non vorrei che mi prendesse un attacco di ansia.

“Cerchiamo di ragionare” mi dico ”Un merlo non può parlare e tanto meno raccontare favolette. Mi devo essere addormentato al sole e ho sognato”

Per cercare conferma guardo l’ora,sono le dodici e mezzo.

E’ circa una oretta che sto li, ma questo non mi dice niente di più. I sogni possono durare pochi secondi e racchiudere ore di ricordi . Chissà, forse mi sono appisolato.

Ma si, non c’è altra spiegazione!

Mi tranquillizzo , ma dura poco perché vedo i salatini sparsi sul tavolino.

“Cazzo ,il merlo c’era” penso con rabbia

Merlo o non merlo decido di non pensarci più. Mi alzo e scappo da quel posto.

 Adesso il sole è ancora più caldo. In sella alla moto mi sento meglio e prendo una andatura di tutto relax che mi consente di voltare di tanto in tanto la testa per guardare  il mare.

 Ha il colore intenso e la quiete dell’inverno,  sulla spiaggia non c’è anima viva e una miriade di stelline luminose fa sembrare il movimento della risacca piena di flash che fotografano gli stabilimenti e me che li guardo.

Quella teoria di flash sembra seguirmi, affascinando la mia attenzione. Mi accosto al marciapiede, spengo il motore e, senza nemmeno levarmi il casco, attraverso la strada e mi dirigo verso l’acqua.

Sulla spiaggia mi libero la testa e mi slaccio il giubbotto di pelle.

Man mano che mi avvicino alla battigia,  attirato  dalla lucentezza di  quegli scintillii, percepisco il profumo salmastro, sempre più netto. Mi fisso a guardare quel lento ondulare sfavillante di luce e scivolo dentro di me, giù, nel profondo calderone delle mie emozioni,più volte rimestato, in tantissimi anni.

    Sono costretto a guardare tutte le croci che stanno in quel posto, splendono al sole di quella tiepida mattina di Aprile e mi distraggono da quel lento scavare che i due uomini stanno compiendo ai miei piedi.

Un silenzio inquietante, oltre il quale, fuori,scorre ancora la vita a dispetto del pianto di una giovane donna e dell’incapacità un bimbo di tre anni a capire perché, per andare in cielo ci si debba incamminare per  una fossa, dentro la terra.

Ricordi sempre presenti pur se  impercettibili come l’aria che riempie i polmoni ad ogni respiro. Ricordi che, per tutta la vita,  mi hanno riempito la mente, rubando lo spazio alla voglia di vivere.

Fantasmi, accucciati ai piedi del letto, che accompagnavano ogni risveglio, per anni e anni, travestiti da paura e tristezza, da odio e rancore.

Ora sono tutti  vicino a me,resuscitati forse dal luccichio  dell’acqua , e io  li prendo per mano uno ad uno, e parlo con loro.  

Ora sono io a consolarli,a rassicurarli che non sono soli e non sono gli unici. A volte, in passato, specialmente i primi tempi, quando ho iniziato a renderli corporei, indicavo a me stesso tutti i fantasmi degli altri, che da sempre riuscivo a scorgere,sospettando la presenza dei miei.

 In fondo, la barca di otto metri che il mio psicanalista si è comprato con i soldi che gli ho dato in quindici anni, è risultato, alla fine , un ottimo investimento.

Sorrido. E loro se ne vanno, scivolano sull’acqua e si confondono con i riflessi scintillanti, ben sapendo che verranno a trovarmi in un altro momento e in altro luogo.

Sono di nuovo me stesso e sono sereno.

 “Mi dai una sigaretta?” la voce alle mie spalle appartiene a una specie di zingara. Indossa una gonna lunga che le scende morbida fino ai piedi, con fiorellini arancioni che spiccano sul nero del tessuto. Le scarpe sono enormi e sgraziate,  i suoi capelli sono untuosi e  li tiene lunghi sul collo, ombrato da una sporcizia di settimane. E’ avvolta in una larga mantella lavorata ad uncinetto, sotto la quale si intravede una camicetta ormai lisa che non riesce nemmeno a celare l’acerbità dei suoi seni.

 La magrezza del viso fa risaltare i due grandi occhi neri che mi stanno fissando con aria di sfida.

Anche lei mi sta esaminando e non sembra entusiasta di quello che vede.

 Così siamo pari.

Sto per alzarmi ma lei mi precede sedendosi accanto a me.

“Vuoi scopare?” mi chiede con lo stesso tono col quale mi ha chiesto la sigaretta.

Avrà si e no sedici anni.

“Ma non lo vedi che sono un vecchietto?” gli rispondo io, cercando di mascherare il mio imbarazzo.

“Perché? Non ti funziona più?” mi domanda aggressiva.

“Si che mi funziona, ma  solo con chi decido io. Tu, piuttosto, invece di andare a scuola, la dai via per una sigaretta?”

La sua aria di sfida scompare e lascia uno sguardo triste che si fissa in un punto lontano che solo lei riesce a vedere.

“Sai. Io non ero così. Prima. Se vuoi, ti racconto come sono diventata così”

E comincia a raccontare

Anni e cent’anni Cap.II (Il merlo)

Quel caldo pomeriggio di Agosto si spandeva pigramente per tutto il cortile e la sua luce brillante giocava con le foglie della vecchia magnolia. In quell’oasi di ombra, i vecchi gatti del quartiere si davano appuntamento, per dividere i loro sonni, sempre vigili al minimo stormire di foglia o al guizzare di qualche malcapitata lucertola.

Le voci delle donne si confondevano di finestra in finestra e i lamenti capricciosi dei bambini gli facevano eco.

Al quarto piano di uno dei quattro palazzetti d’epoca che affacciavano su quell’angolo antico, al di fuori del tempo, una ragazza piangeva sommessamente, consapevole che ogni suo singhiozzo sarebbe rimbombato nel cortile ,facendo svolazzare la propria disperazione dentro tutte le finestre vicine.

Il lamento, cantilenante quella disperata sofferenza, attrasse l’attenzione di un giovane merlo, che dalla sua dimora, sita in alto , sulla magnolia , si andò a posare sul davanzale della finestra della giovane.

Il merlo , seppure molto cautamente,  sporse la testa all’interno e quasi riuscì a percepire le vibrazioni del petto di lei, scosso da quei singulti che solo esso era riuscito a percepire.

I suoi piccoli occhi videro quella giovane donna con i capelli biondi e i lineamenti ancora di bimba,che giaceva sul letto come se le forze l’avessero abbandonata, il braccio sinistro ripiegato sulla fronte, a coprire gli occhi e il mondo intero, il braccio destro sporgente dal letto, come in attesa che una mano amorosa le alleviasse quel suo stato miserevole.

Ma non c’era mano tesa al suo dolore , ma solo un becco giallo e un manto di piume nerissime con due occhi interessati a quell’immagine.

E il merlo allora parlò.

– Non piangere ti prego-

La voce, bassa e leggermente gracchiante,non era sgradevole.

La ragazza, come se fosse stata investita da una onda , si drizzò di scatto sul letto , si stropicciò gli occhi e subito roteò lo sguardo per la stanza per individuare l’intruso che aveva squarciato quel suo momento di profonda intimità.

Le gote, arrossate dall’emozione, erano lisce come le foglie della magnolia , il collo affusolato era irrigidito dalla tensione per quella improvvisa  presenza estranea, il busto, che qualche istante prima appariva floscio per il peso della sua disperazione , ora era eretto e sprigionava una nuova e ritrovata energia.

Quando vide il merlo si rilassò e, istintivamente, le sue spalle si incurvarono leggermente, un sorriso le si disegnò sulle labbra e negli occhi.

-Carissimo merlo, sei proprio tu che hai parlato?-

-Ti ho sentito piangere e allora ho deciso di parlarti, mi dispiace che tu soffra , sei tanto bella e giovane che il tuo pianto intristisce il mondo intero. Ti prego, dunque , smetti di piangere e anche io smetterò di essere triste-

-Carissimo amico sono triste perché sono tanto sola. La mia mamma è morta e mio padre non c’è mai..

 Eravamo felici noi tre insieme e ora è tutto finito. Mio padre torna a casa solo per dormire,forse per non patire il ricordo di quei giorni sereni e io sono condannata a questa forzata solitudine.

-Ora ci sono io, qui con te, non sei più sola!- disse il merlo gonfiando le sue piume

La fanciulla tacque non sapendo cosa rispondere, ma il suo sguardo fu un chiaro messaggio per quel magnifico merlo.

-Qual è il tuo nome?-

-Laura-

-Lo capisco Laura che tu  non possa immaginare come  un merlo riesca a lenire la tua solitudine, ma se hai fiducia cercherò di aiutarti in qualche modo. Per esempio se hai voglia di parlare , potrai parlare con me e così sarai meno sola e, se hai voglia di essere consolata , ti saprò coccolare; posso inventare storie da raccontarti o posso volteggiare sul tuo soffitto danzando al suono del tuo canto, posso essere il tuo compagno nelle ore tristi e in quelle liete. Voglio che tu mi consideri il compagno delle tua solitudine. Sono solo anch’io e nessuna merla mi vuole perché dicono che non sono normale.

-Perché ti considerano anormale?- domandò la ragazza

-Perché non mi rassegno ad essere nato merlo,vorrei essere un uomo, con gambe e braccia.  Non mi basta questo piccolo corpo capace solo di volare e nient’altro.

-Dolcissimo merlo, tu non potrai mai diventare un uomo, sei nato merlo, come io sono nata donna. Come i gatti sono nati gatti e come tutti sono nati qualcosa che non è possibile cambiare-

-Ma io per esempio so parlare, gli altri merli non parlano-

-E’ vero, ma ciò non ti rende un uomo. Se tu fossi un uomo, per esempio,mi potrei  innamorare di te , e credimi carissimo amico, avrei tanto bisogno di amore, lo sogno tutte le notti e con te, dolce e premuroso come sei, lo farei all’istante. Ma tu sei un merlo, non potrai mai essere un uomo-

Un ultimo raggio di luce stava dando il saluto alla sua stanza, prima di sparire dietro al palazzo, ma, tra la finestra e il pavimento, incontrò il becco del merlo, facendolo scintillare  abbagliò gli occhi di Laura, la quale, solo in quel momento, si rese conto della bellezza di quel becco così levigato e ricurvo, che l’aveva strappata al suo pianto in uno scambio di parole impossibile, ma che comunque era stato  il primo rapporto con un essere vivente, dopo tanti giorni di solitario mutismo.

La ragazza sentì un fremito, mai provato nello stato di veglia, ma ormai noto, da parecchie notti, nei suoi sonni di adolescente e, con la spontaneità propria della sua età esclamò:

-Carissimo merlo hai un becco bellissimo! Sei capace di tenerlo ben chiuso a lungo… per esempio dieci o quindici minuti?-

Il merlo si stupì di quella domanda , ma il suo animo gentile lo spinse a dichiarare che era capace di tenere il becco ben chiuso per ore e ore.

-Allora ti prego, vieni vicino a me – lo invitò la ragazza con un sussurro

 Il merlo nemmeno le rispose, con un leggero balzo si posò lievemente sul giaciglio umido di pianto e di sudore.

Laura si distese di nuovo sul letto, felice di non essere più sola in quella stanza.

Dopo circa mezz’ora il merlo cominciò a fischiare felice , ma poi s’interruppe al pensiero che avrebbe potuto svegliare la sua nuova compagna dal dolce riposo e allora abbandonò quel giaciglio,ora umido non più del dolore della ragazza , ma  bagnato della sua nuova felicità.

E da quel giorno vissero sempre vicini, il merlo sulla magnolia prospiciente la finestra della fanciulla e quest’ultima nella propria stanza che ormai non considerava più come prigione.

Di tanto in tanto, ancora oggi, i gatti, pigramente stesi all’ombra della vecchia magnolia , si raccontano la storia ormai antica di Laura e del Merlo e sono talmente presi da quel racconto tramandato da anni e divenuto leggenda, che qualche lucertola riesce addirittura a guizzare indenne vicino ai loro baffi.