Anni e cent’anni Cap. IV Lo speziale

Una leggera nebbiolina ondeggiava lievemente intorno agli alberi e sul prato, facendo brillare ai raggi del primo mattino le innumerevoli gocce di resina che ruscellavano dalle piante addormentate.

Protetto in quell’alone di vaghezza, il paesaggio assumeva rapidamente, i contorni del giorno e i suoni della campagna  andavano prendendo il sopravvento sul silenzio della campagna.

Il rumore stridente del ponte levatoio annunciò l’uscita del drappello reale di caccia, preceduto dall’abbaiare dei cani, che aprivano la strada ai poderosi cavalli dal respiro fumante, nel freddo mattino di autunno.

Le voci eccitate dei cacciatori, ancora impastate dal riposo notturno, sembravano squarciare l’intera natura, le bianche armature scintillanti  profanavano il maestoso silenzio e il suono dei corni sembrava annunciare l’inizio di quella liturgia di morte che i cavalieri si accingevano a celebrare come una festa.

La preda era lontana ma non irraggiungibile, il suo destino si sarebbe compiuto quel giorno e quella consapevolezza la investiva con  poderose ondate di paura , strappandogli le forze e la capacità di fuggire.

Era una giovane di appena sedici anni, figlia del maniscalco del feudo di Devanture, era stata prescelta per quella prova poiché era la più giovane del villaggio e la sua cattura avrebbe preceduto il festino, in onore del suo sacrificio.

Se fosse stata catturata sarebbe stata rinchiusa nella gabbia di legno e lasciata alla guardia dei cani che l’avrebbero riempita di terrore, poi, col giungere della sera, sarebbe stata condotta dal  Signore di Devanture dal quale avrebbe subito oltraggio, non prima di aver preso un bagno profumato.

Infine,dopo aver soddisfatto il prepotente desiderio del suo signore, sarebbe stata consegnata alla soldataglia che avrebbe fatto scempio del suo corpo e della sua mente.

Virginia, questo era il nome, era a conoscenza del suo destino e parimenti conosceva il premio che avrebbe ricevuto se fosse riuscita a sottrarsi alla cattura.

Sino ad allora nessuna vittima aveva scampato quel crudele destino e pertanto nessuna era riuscita a divenire la sposa del signor di Devanture e di conseguenza padrona del feudo dove egli regnava, padrone incontrastato delle cose e degli uomini.

Pero’ la legge era inequivocabilmente chiara e così stabiliva:

“La donzella che riuscirà a sottrarsi alla cattura del drappello reale  allo scadere della dodicesima ora dall’inizio della caccia, diverrà la sposa del regnante della landa di Devanture, ove regnerà ella stessa con tutti gli onori dovuti al suo rango” 

Questo miraggio aveva spinto più di una fanciulla ad affrontare la prova per cui era stata prescelta, non con il terrore che essa avrebbe dovuto provare, bensì con una malcelata gioiosa speranza di riuscire ad acquisire quello status che le avrebbe consentito di non patire quelle comuni sofferenze quotidiane che il popolino accettava ormai come condizioni normali di vita.

Virginia,invece, era completamente terrorizzata da quella sorte e non pensava minimamente alla ricompensa che avrebbe potuto cambiare la sua vita e quella di tutta la sua famiglia, il suo unico pensiero era la sofferenza e la probabile morte animalesca che le era riservata.

Raggomitolata tra le canne dello stagno, piangeva sommessamente in attesa che i suoi scintillanti carnefici, guidati dai cani, la imprigionassero nella gabbia di legno.

Mentre piangeva tutto il suo corpo era scosso da un tremito irrefrenabile, causato più dalla paura che dai singhiozzi.

Improvvisamente udì un rumore di canne smosse alle sue spalle e questo la riportò alla realtà, facendole girare la testa per vedere cosa stesse accadendo dietro di lei.

Sapeva che non potevano essere i cacciatori, in quanto ancora lontani e quasi sperò di trovarsi faccia a faccia con uno sconosciuto pericolo mortale che le avrebbe risparmiato le ore di sofferenza che già aveva iniziato a vivere.

Le cime delle canne ondeggiavano come se una forza sconosciuta stesse cercando di trovare un varco tra di esse, scostandole di passo in passo, mentre alle sue orecchie si aggiungeva il rumore delle foglie schiacciate sotto il peso di uomo o animale che avanzava  verso di lei.

Smise di piangere e si drizzò in piedi pronta ad affrontare quella inaspettata e misteriosa situazione.

Con sua somma sorpresa vide emergere dal folto del canneto la figura esile ed impacciata dello speziale del paese.

Questi era un omino tutto ripiegato su se stesso dalla vecchiaia e forse dal peso di tutte le nascite e le morti cui aveva assistito.

La gran massa di capelli bianchi si confondeva con la folta barba che lasciava intravedere il piccolo naso aquilino e gli occhietti velati dagli anni, che, però, non erano riusciti a togliere da essi, quella luce vivida di intelligenza e speranza, che lo speziale, a dispetto della sua lunga vita, riusciva ancora a mantenere.

Virginia, Virginia, cara fanciulla,

 non temere più nulla”

La sua voce tremolava in rima come sua abitudine e mentre parlava accompagnava il suo dire con ampie e rassicuranti evoluzioni delle braccia.

Non disperarti,

bambina,

sono qui per salvarti”

Virginia lo guardò stupita e un vortice di speranza prese a mulinarle nel cuore.

Lo speziale l’aveva fatta nascere e rappresentava per tutto il paese un punto di riferimento, come la stella polare per quelli che andavano per mare.

Lo speziale era sicurezza, calma, fiducia che tutto sarebbe andato bene, e la fanciulla alla sua vista si rincuorò, anche se, razionalmente, non avrebbe potuto immaginare una sola ragione valida per smettere di avere paura.

“Caro speziale, mio buon padrino, come farai ad aiutarmi, tu che sei così buono, ma tanto, tanto vecchio?

“Son vecchio e’ vero

 pero’ sono serio,

 e se ti dico di stare tranquilla

 pensa una sola parola e dilla”

“Grazie speziale” rispose Virginia piena di gratitudine

“Ora ascolta le mia parole

e capirai che non son fole,

 prendi questo mio manoscritto

 e al signor di Devanture

 che vuole il suo diritto,

 fallo leggere stasera

e la sua faccia diverrà di cera!

Dopo aver letto codesto foglio,

 non ti farà varcare,

 certo il suo soglio!

Riprendi i tuoi panni

 e vieni da me, senza piu’ affanni.

 Ed ora prometti ragazza mia,

 che dopo verrai a casa mia.

Se non verrai subito dopo,

 lo scritto non otterrà il suo scopo

 e fatalmente ciò che tu sai,

 si compirà

 e non ti salverai.”

La ragazza prese il pezzo di carta che il vecchio le porgeva e lo nascose nel seno e poi inginocchiatasi di fronte allo speziale, pronunciò il solenne giuramento.

“Prometto speziale di correre da te non appena il signor di Devanture mi liberera””

“Brava fanciulla,

 vai verso il tuo destino e non temere nulla” 

Ciò detto indietreggiò di un passo e il canneto parve inghiottirlo.

Quasi contemporaneamente dalla parte opposta le canne si piegarono con gran rumore per annunciare la vista degli armati che avevano concluso la loro caccia.

Il piccolo corteo fece ingresso nel feudo annunciato dal rullare dei tamburi e dal suono acuto dei liuti che aprivano la teoria dei cacciatori reali.

In mezzo allo sfilare delle armature si poteva vedere la grande gabbia in legno attorniata dai cani che abbaiavano minacciosi all’insegna della  prigioniera.

La folla si apriva al passaggio del corteo come l’onda  si divide alla prora della nave e tutta la gente si sentiva eccitata da emozioni contrastanti.

La pena nei confronti della fanciulla troppo spesso veniva sopraffatta da un sentimento equivoco che ondeggiava tra il sadico piacere di lombrichi pensieri e il disprezzo per la vittima, alla quale veniva, inconsciamente, attribuita la colpa del proprio destino, che avrebbe infamato l’onore della fanciulla.

Alcune donne piangevano e altre sogghignavano, alcuni uomini erano impietriti dall’odio verso quella chiara ingiustizia e altri, nel vedere quelle vesti ormai lacere, lasciavano libera la loro fantasia a disegnare i contorni di quelle giovani forme che avrebbero voluto palpare.

E l’umanità del feudo si schierava così a rappresentare i due aspetti dell’esistenza.

Il vociare della gente si arrestò solo quando l’enorme portone di abete si richiuse alle spalle dell’ultimo componente del corteo, rubando alla vista quello spettacolo  che aveva discriminato la purezza dalla cupidigia, la pena dal piacere, gli angeli dai demoni.

E  anche quel giorno, come tutti gli altri, alla fine si concluse.

Le ultime ombre sbiadirono nella notte e i candelabri brillarono nelle sale del castello del Signor di Devanture.

Virginia aveva freddo e dunque l’invito dell’ancella più anziana ad entrare nella calda piscina profumata di aromi di rose e di gigli, la tentava moltissimo.

Ma la fanciulla cercò di resistere alla tentazione di accondiscendere a quella lusinga, però, per sua fortuna, in maniera gentile, ma ferma, l’ancella la prese per un braccio e la condusse nelle vaporose acque odorose.

Il suo corpo sembrò riprendere l’elasticità della sua giovinezza e le sue forme ritrovarono quella rotonda armonia che suggeriva l’idea della loro morbidezza.

Virginia, prima di entrare nella grande vasca, aveva fatto scivolare lo scritto dello speziale tra le pieghe delle vesti che ora giacevano ai bordi dell’acqua.

Quando ella uscì si chinò a raccogliere il prezioso documento che a detta del vecchio, le avrebbe salvato l’onore e la vita.

Lo strinse nel pugno accartocciandolo il più possibile per nasconderlo alla vista delle presenti.

La vestirono di vesti finissime, intessute da maestri tessitori, che avevano essi stessi allevati i bachi da seta per il loro signore.

Il contatto dei veli sul proprio corpo le dette un fremito di piacere e per la prima volta avvertì una  sensazione di strana consapevolezza di alcune sue più nascoste parti.

Stupita ella stessa di quella nuova intima esperienza, volle guardarsi nella lastra di rame che rifletteva la propria immagine.

Vide se stessa come mai si era vista e una punta di orgoglio le dette la forza di affrontare quella situazione che le si stava proponendo.

Per un solo attimo fu tentata di cimentarsi in quella sfida sperando che la propria prorompente bellezza potesse piegare la volontà del suo carnefice, ma la consapevolezza della propria inesperienza le ricacciò immantinente quella idea che le aveva strappato un solo lampo rivelatore sulle labbra e negli occhi.

Quel lampo, l’ancella anziana lo colse all’istante e la sua esperienza la spinse ad elargire un consiglio alla pulzella.

” Mia cara fanciulla, sei bellissima e molto desiderabile. Il tuo corpo sembra essere fatto per il piacere dei sensi, ma sappi , povera ingenua, che il tuo destino non potrà essere revocato.

Il signore a cui sei destinata e’ avvezzo a forme morbide e giovani, e’ avvezzo a giacersi con giovani, forse, ancora più belle di te.

E dunque rassegnati al tuo fato e spera che tutto ciò possa terminare il più rapidamente possibile.

Quando egli sarà dentro di te, tu stringilo e lascialo continuamente, attiralo e allontanalo e vedrai che in pochi minuti egli si accascerà.”

Virginia non capiva le parole dell’ancella e avrebbe voluto chiedere spiegazioni a quello strano dire di stringere e lasciare, ma non ne ebbe il tempo, un suono di clavicembali si sparse nella stanza e una porta si apri.

Venne sospinta verso quella stanza adiacente e varcando la soglia riuscì a vedere il signore di Devanture.

Era un uomo come tanti altri, solo un po’ più grasso della media.

Era fermo con le gambe allargate proprio al centro della stanza, i pugni sui fianchi come a sorreggere due enormi cocomeri.

Aveva forse l’età di suo padre ed era vestito da una lunga camicia bianca.

“Vieni avanti pulzella”  ordinò con voce imperiosa

“Mio signore, prima di avanzare verso di voi, credo dobbiate leggere questo scritto”

Virginia parlò con voce tremante, ma il suo braccio si sollevò deciso a mostrare la carta che stringeva nel pugno.

“Cosa e’ questo foglio? Hai scritto una poesia d’amore per il tuo Signore?”

interrogò il principe, un poco  sorpreso.

“No mio potente Signore. E’ dello speziale!”

L’uomo si avvicinò e quasi le strappò il foglio di mano.

Lesse velocemente una prima volta e rilesse poi con maggiore attenzione.

Come pronosticato dallo speziale, il signorotto impallidì all’istante e dopo un attimo di indecisione, tuono: ” Che sia ricondotta a casa sua e venga immediatamente in mia presenza il ciambellano di corte”

L’ancella sorpresa da quella inaspettata situazione esitò quanto bastò per far adirare ancora di più il suo signore.

“Fuori di qui. Non voglio vedere nessuno se non il ciambellano”

E cosi Virginia fu lasciata libera all’istante e come promesso allo speziale, diresse i suoi passi verso l’abitazione del vecchio che le aveva salvato la vita.

La notte accompagnava i suoi passi celando la sua presenza nella strada deserta.

Giunta di fronte alla porta dello speziale non ebbe bisogno di bussare, che l’uscio si spalancò alla suo cospetto.

La debole luce della candela spandeva un tenue chiarore all’interno e Virginia scivolò dentro la casa aprendo il mantello datole dall’ancella.

Il vecchio l’abbraccio’ felice e l’invito’ a sedersi.

Per l’occasione butto’ due ceppi nel camino e infiammo’ gli sterpi posti sotto di essi.

Una calda luce divampo’ nella stanza e, per la prima volta in quel giorno, Virginia avvertì una sensazione di pace e rilassatezza.

Finalmente si sentiva al sicuro!

Come hai visto Virginia cara,

 il signor di Devanture ha perso la gara,

 come io avevo predetto,

 non sei  entrata  al suo letto.

Ed ora ragazza mantieni quel che hai giurato

 e gioca ad un gioco che non mai giocato”

I versi dello speziale sembravano una cantilena dolce e accattivante e Virginia si rilasso’ ancora di piu’

“Certo speziale, come vuoi tu. Come vedi ho mantenuto la mia promessa di venire da te.

Ma ora dimmi, perché hai voluto che venissi qui da te invece di farmi tornare direttamente da mio padre?”

 ” Quando nascesti sedici anni orsono

 il lampo giocava col tuono

 la pioggia batteva le strade

io svenni ,come un sasso che cade.

 Nel sogno ,sognai un sortilegio,

 una maga annunciò un privilegio

 che avrei avuto di li a qualche anno

e che mi avrebbe dato un grande affanno

unico  uomo in tutto il creato

 per un’ora, giovane sarei tornato

Il sortilegio sarebbe avvenuto,

 proprio per te, che mi vedi canuto.

Per sedici anni pazientemente ho aspettato

 e finalmente il giorno e’ arrivato.

Son vecchio e ho vissuto piu’ vite

ed e’ ora che mi involi in un mondo più mite,

 ma prima che il fato mio si concluda ,

voglio sperare che la profezia non mi deluda.

Se il vero e’ vero, allora, tra poco,

noi inizieremo il nostro gioco,

 e dopo un’ora tu andrai via,

lasciandoti alle spalle la vita mia.

Dimmi con gli occhi se hai capito,

 non dire parole ,se no, il gioco e’ finito.

Vedo fanciulla che sei d’accordo

e dunque vieni piu’ avanti qui, sul bordo.

Ora ,chinati verso il mio ventre

 e chiudi gli occhi ,che ‘io faccio nel mentre,

socchiudi la bocca carnosa e vermiglia

e pensa  all’ago che il filo piglia,

le tue dita sono ora sul filo,

 ne sento ,leggiadro, il  profilo,

 ora come  infili il tessuto nella cruna,

 prendi il mio filo  sulla tua parte piu’ bruna.

Non ti spaventare se il filo diventa matassa,

ti fara’ un po’ male ,ma poi passa,

lo senti il tessuto che entra in te?

ecco cosi’, sei tutta per me!

La matassa diventa cuscino

ed io mi sento come un bambino.

Non ti stupire se spingo forte

i bianchi tuoi lombi mi daranno la morte,

ecco, comincio a vibrare come una foglia.

Si, cosi’, sento rinascere in te la voglia,

stai ferma bambina, non ti agitare

si ,io mi  inabisso, dentro il tuo mare,

 Addio Virginia, sento l’affanno venire

il tuo ventre mi sta facendo morire,

muoio adesso, dentro di te

dove lascio una vita che più non c’e’

 Cio’ detto il vecchio si accascio’ sul corpo della giovane che ancora non si era resa conto esattamente di quel mare di sensazioni.

Virginia continuava a gemere e implorare qualcosa che ormai era morta con lo speziale, ma che adesso  le appariva irrinunciabile.

Quel suo sentirsi sciogliere il ventre, quel suo istinto di femmina, quel suo desiderio di essere presa da dentro in tutto il suo essere, la spinse ad uscire da quella casa e a correre verso il castello.

I soldati, nel vederla così scarmigliata e vogliosa, incuranti che lo speziale avesse scritto di quella mortale infezione venerea, la stesero su una tavola della loro mensa e, a turno, la possedettero con la furia del desiderio che ella aveva loro trasmesso.

Quando, all’alba, l’ultimo soldato si accasciò rantolante su di lei, Virginia ancora invocava: “Ancora, ancora,ancora………………………………………”

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