Anni e cent’anni Cap. XI Il mio battesimo al circolo

Quando mi sveglio ho la gola secca e la bocca infarinata, mi sento confuso e debolissimo. Uno dei tanti risvegli dolorosi che mi pareva di aver dimenticato. Il sole, filtrato dalle tende della porta finestra, spande il suo chiarore per tutto il soggiorno. Uno dei gatti è accovacciato proprio sul mio stomaco, dove evidentemente ha trascorso la notte dondolato dal mio respiro. Mi guarda con lo sguardo fisso, incuriosito da quella insolita situazione, però fa le fusa. Guardo la pendola che segna le otto e quaranta e lentamente riprendo contatto con la realtà. Ma quale realtà? mi chiedo immediatamente. La giornata di ieri è passata come un interminabile itinerario onirico tra passato e un presente troppo fantastico per appartenermi.

Era il mio compleanno e forse sono stato vittima di un complotto soprannaturale ordito dalla mia stessa mente squilibrata.

Ma il pensiero di Barbara mi aggredisce con tutta la sua palpabile presenza. L’ho abbracciata, mi ha baciato. I morti non abbracciano e non baciano, questo è sicuro. Vado nel mio studio e frugo nel cassetto dove avevo riposto i fogli che mi aveva lasciato. Sono li, esattamente come li ricordavo. Il racconto è un racconto di morte, ma anche di speranza, chissà perché lo aveva con sè e chissà perché me lo ha voluto lasciare. Sono ancora intorpidito dalle trenta gocce di Valium e tutto sembra scivolarmi addosso senza crearmi soverchie emozioni. Una cosa è certa. Cadesse il mondo oggi alle tre sarò seduto a un tavolo di Corsetti. A pregare che succeda qualcosa.

Sento il telefono squillare. La voce di mia moglie sembra preoccupata.

“Stefano ieri sera ti ho chiamato più volte e non c’eri. Il cellulare era spento. Ti ho lasciato tre messaggi dove ti dicevo di richiamarmi a qualsiasi ora e non ti ho sentito. Anche questa mattina ho chiamato dalle sette alle otto e mezza e non mi hai risposto. Cosa è successo. Stavo in pensiero per quella maledetta moto….”la interrompo.

“Stai calma Mara, non è successo assolutamente nulla. Mi sono semplicemente addormentato e non ho sentito il telefono” le spiego

“Non dire balle” mi aggredisce con veemenza

“Non dico balle è la semplice verità: Ho preso qualche goccia di Valium ed evidentemente mi ha fatto dormire profondo”

“Perché hai preso il Valium? Ti sei sentito male?” mi chiede preoccupata. Forse teme  di dover ripercorrere il calvario degli anni passati.

“Tranquilla. Niente di tutto questo. Mi sentivo  soltanto un po’ teso. Niente di più. E poi ne ho prese si e no una decina” le mentisco per tranquillizzarla.

“Stefano, non mi fare più questi scherzi! Senti, domani prendo l’aereo delle cinque e starò a Fiumicino alle sette e mezza. Mi vieni a prendere?”

“Non c’è nemmeno da domandarlo. Non vedo l’ora di rivederti” l’assicuro.

“Ciao amore. Ti chiamo più tardi”

Mi ha chiamato ‘amore’, incredibile. Doveva essere stata veramente in pensiero.

Il colloquio con mia moglie mi ha aiutato a riprendere contatto con la mia vita reale. Mi lavo, scelgo un abito elegante, poi esco per andare al circolo.

Prendo la Mercedes, più che altro per avvalorare la menzogna raccontata sul mio stato di benestante, infatti quando faccio il mio ingresso nel garage del circolo, l’incaricato mi mostra tutta la sua zelante deferenza. Salgo con l’ascensore al pianterreno e mi ritrovo proprio di fronte alla brunetta del giorno prima. Sono circa le undici, troppo presto per pranzare e troppo tardi per fare colazione, che comunque ho saltato. Decido per un aperitivo con salatini, intanto in quell’ambiente i merli non sono ammessi.

“Signor Travia, buon giorno, come sta?” mi sorride con l’intenzione di rendermi noto che le fa piacere di rivedermi così presto.

“Annoiato, come al solito” recito io.

“Ora non si annoierà più. Il circolo ha proprio il compito di far passare delle ore piacevoli a tutti i soci” mi dice con aria professionale che annulla tutto l’effetto spontaneo del sorriso di poc’anzi.

“Ne avrei proprio bisogno” le confermo deluso da quel trattamento prezzolato.

Mi si affianca una specie di cameriera con una divisa verde e sorridendomi mi indica con la mano di seguirla.

Le vado dietro per il corridoio color champagne  e mi introduce in una ampia sala con tante poltrone e tavolinetti. Sulla sinistra c’è un lungo bancone di legno chiaro dietro al quale un ragazzo e un barman più anziano stanno sistemando bicchieri e bottiglie negli appositi spazi, in sala non c’è molta gente, solo sei persone, di cui due appartate in un angolo a parlare a bassa voce e quattro, riunite in gruppo, che appaiono più chiassose. Sono tutti abbastanza eleganti e…anziani.

Ringrazio la biondina che mi affida al barman più anziano al quale mi presento: “Salve, sono un nuovo socio mi chiamo Stefano Travia”

Il barman dovrebbe avere qualche anno meno di me, forse una cinquantina e mi sembra che sappia il fatto suo, infatti mi fa un leggero cenno col capo, cortese ma non deferente, e si presenta a sua volta.

“Lieto di averla con noi Signor Travia, io sono Giovanni. Si può rivolgere a me per qualsiasi cosa abbia bisogno, mi farà piacere poterle essere utile”

“Grazie Giovanni, potrebbe prepararmi, per favore un aperitivo non alcolico?” gli chiedo

“Lo preferisce con un po’ di succo di frutta?”

“Faccia lei Giovanni, l’importante è che non contenga alcool”

“Si scelga una poltrona per accomodarsi, signor Travia, glielo preparo e glielo faccio portare subito.

“Grazie Giovanni” gli dissi lasciando cinquemila lire di mancia sul piattino d’argento.

Mi scelgo una poltrona lontano dai quattro chiassosi ospiti e mi metto a guardare oltre la vetrata il prato verdissimo dove un giardiniere in una divisa rigatina si sta adoperando con un piccolo tagliaerbqa elettrico.

Di li a tre ore sarei stato seduto a un tavolo di Corsetti ad aspettare che succedesse qualcosa.

“Permette che mi presenti?”

Alzo lo sguardo e vedo un uomo con i capelli bianchissimi e ondulati che risaltano sul suo viso abbronzato e pieno di rughe.

Accenno ad alzarmi ma lui mi precede, si siede proprio di fronte a me tendendomi la mano.

“Sono l’ingegner Leopardi e sono uno dei soci fondatori del club” gli prendo la mano mentre sono incantato dalla dentatura perfetta che mostra in quel suo sorriso cordiale. Troppo perfetta, perfetta quasi come una implantologia totale di circa cinquanta milioni.

“Molto lieto, io sono Stefano Travia e sono al mio primo giorno nel club” ricambio con un sorriso che vale si e no la metà del suo.

“Spero si troverà bene con noi. Qui siamo una specie di setta” dice accentuando il sorriso

“Siamo quasi tutti in pensione e inganniamo il tempo per non dare troppo fastidio alle nostre mogli”

Sono quasi tentato di confessare il mio stato di neo pensionato, dal momento che lui molto candidamente mi sta  confessando il suo. Però decido che dovevo mantenere il punto.

“Lei di che cosa si occupa?” mi domanda come é naturale che sia.

“Non ho una attività specifica. Mi limito ad amministrare i beni di famiglia” rispondo vergognandomi come un ladro.

“Dunque è un benestante! Finalmente un ricco che non si vergogna di ammetterlo!” esclama lui sinceramente convinto.

“Non sono ricco” preciso subito io “ Amministrando i pochi beni che immeritatamente mi ritrovo, riesco a vivere senza dover lavorare, tutto qui”

Mi sembra quasi deluso dalla mia puntualizzazione ma è troppo educato per aggiungere qualsiasi commento e dunque decide di cambiare argomento.

“Lei gioca a tennis?”

“Non sono un campione ma riesco a portare avanti una partita” rispondo io molto cautamente, ricordandomi che non sono mai riuscito ad imparare bene la battuta di servizio.

“Dobbiamo allora organizzare un incontro. Io amo moltissimo giocare a tennis” mi dice con entusiasmo.

  “Sarà un vero piacere riprendere in mano la racchetta” gli dico.

Nel frattempo Giovanni depone sul tavolinetto un vassoio d’argento sul quale troneggia un bicchiere di cristallo con il mio aperitivo.

“Grazie Giovanni” poi rivolto al mio interlocutore “Ingegner Leopardi, posso offrirle qualcosa?”

“La ringrazio, ma ho appena bevuto il mio secondo champagnino e non vorrei esagerare”

mi risponde lui continuando a sorridere. Probabilmente vuole ammortizzare al più presto l’investimento fatto dal dentista.

“Pranzerà con noi?” mi chiede

“Purtroppo no. Ho un appuntamento alle due, in centro. Sono di passaggio, oggi. Sa com’è volevo ambientarmi un po’”

“Capisco. Sarà per la prossima volta.” Sembra dispiaciuto di non poter godere della mia compagnia.

“Mi dica, ingegnere” domando tanto per perdere un po’ di tempo”Oltre a giocare a tennis, come si trascorrono le ore qui al circolo?”

“Oh, ci sono molti modi. Organizziamo tornei di Bridge, di canasta, scacchi. Inoltre organizziamo delle partite a golf.”

“Golf?” lo interrompo

“Si. Il circolo ha stipulato una convenzione con il campo della via Appia e un giorno a settimana l’intero campo è a disposizione dei soci”

“Capisco”

“Lei naturalmente gioca a golf” non è una domanda, sembra piuttosto una affermazione di qualcosa di scontato.

“Certo, certo” confermo cominciandomi a sentire prigioniero di quella situazione.

“Ma a proposito…” inizia lui

Fortunatamente in quel momento il mio cellulare mi viene in aiuto. Con un gesto di scusa rispondo.

“Si pronto?”

“Ciao caro, come stai?”

Evidentemente è ancora preoccupata, mia moglie, altrimenti non mi chiamerebbe così presto.

“Benissimo cara. Sono qui al circolo” le rispondo con un tono che stento a riconoscere io stesso.

“Alle bocce?” mi domanda lei.

La sua voce è squillante e temo che il mio anfitrione possa aver sentito.

“No, no, cara. Ho venduto l’altra settimana il terreno dove avevano impiantato quell’orribile campo.”

E poi, prima che lei possa darmi del matto aggiungo: “Ti dispiace se ti chiamo più tardi, ora sarei occupato”

E senza darle il tempo di replicare chiudo la comunicazione.

“Mi dispiace, signor Travia di…”

“Oh, si figuri, ingegnere. Mia moglie mi subissa di telefonate e se dovessi darle tutta la disponibilità che richiede, passerei l’intera giornata al telefono” mi schernisco io.

Mi sento veramente un deficiente.

“Bene. Ora la lascio, perchè tra poco inizia la mia partita a scacchi con il professor Tondi”

dice lui alzandosi.

“Spero di rivederla presto.” Aggiunge senza tendermi la mano.

Anche io sono in piedi di fronte a lui, ora.

“Sarò lietissimo di potermi  confrontare con lei a tennis o in qualsiasi altra attività che a lei faccia piacere” gli dico cercando di dimostrargli tutta la mia disponibilità.

“Certamente sarà un piacere anche per me” afferma e se ne va.

Mi risiedo sulla poltrona e comincio a sorseggiare l’aperitivo. Ha un buon sapore, sa prevalentemente di ananas con l’aggiunta di qualcosa di leggermente acre che non riesco a identificare. Lo mando giù volentieri. Credo che contenga anche un po di gelato frullato. Almeno riesco a riempire un po’ lo stomaco.

Si è fatto quasi mezzogiorno e decido di andare subito da Corsetti. Li potrò mangiare qualcosa di leggero e aspettare le tre leggendo il giornale.

Mi alzo, faccio un cenno di saluto a Giovanni e mi dirigo verso l’uscita.

Mentre esco incrocio un tipo grassoccio, quasi completamente calvo ma con una  vistosa barba brizzolata. Tiene in mano una scacchiera enorme. Giurerei che si tratti del professore che giocherà con il mio anfitrione. Buon per loro, spero che si divertano.

La brunetta della reception mi guarda e sembra sorpresa di vedermi uscire così presto.

Mi fermo un attimo da lei e le chiedo come si chiama.

“Barbara” mi risponde lei con il solito scintillio al quale mi sto abituando.

“All’inferno” penso maledicendo il caso, le coincidenze, il destino e tutto quello che mi viene in mente di imponderabile e sorprendente.

Volto le spalle ed entro nell’ascensore verso il garage.

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