Anni e cent’anni ( Romanzo -Capitolo 1)

Capitolo 1’ – Il furto dell’aperitivo

Alla fine la domanda è arrivata, lo sapevo!

E cosa le  rispondo adesso?

Ad un tratto mi sento a disagio ed è inutile che continuo a guardare le pareti di velluto champagne, sono  troppe  candide per ispirarmi una menzogna plausibile.

“La sua professione? Che lavoro fa?” insiste lei.

“Diciamo…benestante” rispondo.

“Benestante?!” ripete alzando, finalmente, lo sguardo su di me.

 Porta i capelli neri tagliati cortissimi e, nonostante il gel spalmato con troppa generosità, tutta la sua persona emana classe ed eleganza. Gli occhi, di un bellissimo verde scuro, sono leggermente screziati da esili  pagliuzze dorate . Mi fanno venire in mente le biglie con cui giocavo sul marciapiedi sotto casa. Ore intere in ginocchio, per cercare di vincere quelle più belle del mio amichetto.  

“Si, amministro i beni di famiglia.” Spiego, pur temendo di esagerare.

“Capisco. E’ una bella fortuna.” Sorride. Forse sono riuscito a convincerla.

“Non creda.  Lei, quando la mattina si sveglia, già  sa come passerà la giornata. Io invece, la mia giornata, me la devo inventare ad ogni levar del sole” rispondo .

“Vogliamo fare a cambio?” sorride con uno scintillio delle iridi.

 E’ proprio una bella ragazza ed é pure simpatica!  Mi metterei in ginocchio, anche adesso, se fossi certo di vincere quelle sue due stupende biglie.

“Magari potessi! Il fatto è che io non so fare niente.”

“Non è possibile, ognuno sa fare qualcosa” mi risponde nel porgermi la tessera.

Prendo la tessera, la guardo e controllo che abbia scritto “benestante”.

Controllo anche i dati anagrafici.

Purtroppo sono esatti!

“ Se in tutti questi lustri non sono riuscito a combinare niente, resta  difficile illudersi che abbia delle capacità lavorative, seppur minime!” le dico consapevole che ora lei conosce la mia età.

  “A parte amministrare i suoi beni” conclude lei.

Mi pare che abbia assunto una espressione maliziosa. Ma forse è solo una mia impressione.

“Che non sono poi così sostanziosi” cerco di ridimensionare, io.

“Spero di vederla presto tra noi” mi dice porgendomi la mano.

Mi precipito ad afferrargliela per verificare la sua stretta. Odio le donne con una stretta decisa, quasi virile. Ogni volta che ne incontro una mi viene voglia di stritolargliela.

Per fortuna la sua è una manina morbida e la sua stretta è piacevole, insomma femminile.

“Arrivederci a presto” la saluto.

Riassume la sua aria professionale e allunga una mano verso l’interfono e dunque  non mi  resta che andarmene.

Lascio quasi con sollievo quel posto così pretenzioso e sento che, a dispetto della salata quota di iscrizione che ho appena pagato, la mia frequentazione sarà molto rara.

Io, tutto sommato, ho mantenuto un’anima proletaria e comincio a chiedermi perché diavolo mi sia venuta quell’idea balzana di associarmi ad un club di quel genere. Forse è lo scotto che sto pagando ad una inconfessata paura di non sapere come passare tutta questa montagna di tempo libero che mi ritrovo all’improvviso. 

Fuori è una splendida giornata e  l’aria, anche se freddina, non sembra certo quella di una giornata invernale. Mi sento in forma come non mai.

 Oggi, 10 Febbraio, è il giorno del  mio cinquantacinquesimo compleanno e quella brunetta , nello scrivere la mia data di nascita, non se n’è nemmeno accorta.

 Pazienza, tanto non ho la minima intenzione di festeggiarlo.

Sono le undici, non ho niente da fare, come del resto da parecchi giorni, e dunque decido di andarmene al mare.

 Indosso il  casco ed esprimo tutto il vigore che mi sento addosso facendo rombare il motore mia Honda .

Altro che proletario, un vero e proprio cafone!

A quell’ora non c’è tanto traffico e dunque le tre corsie della Cristoforo Colombo mi invogliano a correre. Dai settanta chilometri orari regolamentari balzo a centotrenta, in un attimo. Come al solito l’accelerazione mi inebria e me ne infischio altamente che ci possa essere qualche autovelox in grado di farmi litigare con mia moglie.

L’idea che mi possano sospendere la patente non mi passa nemmeno per l’anticamera del cervello.

 In questo momento  mi sento un ragazzo incosciente, e per di più ,fiero di esserlo.

I semafori sono regolati per una velocità inferiore a quella a cui sto andando , quindi sono costretto a bruciare due gialli e un altro, appena diventato rosso.

Finalmente la strada diventa a due corsie, un rettilineo con dei falsi piani che porta dritto al mare.

Mentre mi chino verso il cupolino per attutire l’attrito del vento che adesso mi investe con la solidità dei miei centocinquanta chilometri orari, intravedo i pini  che sfrecciano sulla mia destra e penso che prima o poi…  Quello, però, non è un  pensiero da ragazzo incosciente e di conseguenza mi pare che la mia età salga  vertiginosamente in un baleno.

Anche questa volta è andata bene! In dieci minuti mi ritrovo sul piazzale della litoranea e parcheggio la moto proprio di fronte al mare.

 Ho la sensazione di aver marinato la scuola, ancora non mi sono abituato del tutto all’idea che ho tutto il diritto di oziare, finalmente dopo trentacinque anni di lavoro.

Mi tolgo quella tortura che non credo potrebbe essermi utile in caso volassi a centocinquanta orari, mi do una ravvivata ai capelli, troppo lunghi per ritornare ordinati, e mi dirigo verso la terrazza del Venezia. 

Ci sono due signore anziane che non si vergognano a mostrare la loro indifferenza per le stragi dei visoni, stanno sedute impettite con le pellicce aperte ai raggi del sole e parlano facendo a gara a chi, per prima, interrompe l’altra.

A differenza di loro, io mi butto su una sdraio nella maniera più scomposta possibile e comincio a farmi riscaldare dal  sole.

Sollecito, arriva  il cameriere al quale ordino un bitter e salatini , guadagnandomi così il diritto di starmene in pace su quella splendida terrazza.

Le due visonate continuano a parlare ed io per escluderle, accendo il mio walkman dove è custodita l’unica voce che sono disposto ad ascoltare.

Con gli occhi chiusi e il viso preparato all’abbronzatura fuori stagione, mi sento realmente un benestante.

Però dura poco, la vibrazione del cellulare contro il mio petto mi annuncia che qualcuno forse si è ricordato del mio compleanno.

Controvoglia decido di rispondere.

“Ciao Stefano, che stai facendo?” è la voce di mia moglie, la mia buona coscienza.

“Ciao bella, me ne sto sdraiato al sole di Ostia”

“Beato te. Io sto in pausa di una riunione che va avanti da due ore e mezza”

“ Qualcuno in famiglia deve pur lavorare” le dico con una vena di sadismo.

 “Certo che si. Io lavoro e tu dilapidi” finge di essere acida

“Io non dilapido, io mi godo i frutti di una vita di lavoro, cara la mia giovane moglie” mi difendo

“Attento a non farne indigestione di tutti quei frutti. Non sei più un ragazzino!” il suo sadismo è più efficace del mio.

Dolce e maledetta, mia moglie.

“Pensa agli anni tuoi, che io dimentico i miei”

“Oggi, proprio non puoi. Auguri Ciccio”

Non mi ha mai chiamato amore in vita sua. Forse non sono il suo amore, sono solo il suo “Ciccio”.

“Ciao Ciccia, buon lavoro”  chiudo la comunicazione senza nemmeno ringraziarla degli auguri.

Per maggior sicurezza spengo il telefono.

Le babbione se ne vanno, continuando a inquinare l’aria con i loro fiati pieni di  parole.

Finalmente restiamo solo in  tre; io, il mare, e il sole.

Invece mi sbaglio.

Sulla ringhiera della terrazza vedo un uccellaccio nero che mi fissa come se ce l’avesse con me.

Lo guardo,cercando di affermare la mia superiorità, ma quello continua a fissarmi come se gli stessi dando fastidio.

Comincio a soffrire di manie di persecuzione.

Chiudo gli occhi e riaccendo la musica.

Il ritmo sincopato di “New York ,New York” mi proietta  le immagini dei grattacieli di  Manhattan  e subito mi ricordo della vita che ho fatto fino a qualche tempo fa.

Un pochino mi manca, lo devo ammettere.

Mi manca l’odore inconfondibile degli aeroporti, il vociare dei passeggeri, le atmosfere ovattate  delle sale VIP, le suites degli alberghi più esclusivi e soprattutto le sensazioni che provavo durante il viaggio. Riuscivo a stare con il naso incollato all’oblò per scrutare i deserti o  le vette che parevano a portata di mano oppure le foreste che si estendevano, come oceani verdi, per due ore, sotto di me.

Si, tutte queste cose mi mancano, però mi consolo pensando a tutte le scariche di adrenalina che ora riesco ad evitare, non dovendo più subire certi vuoti d’aria che mi facevano rotolare il pomo d’ damo dentro allo stomaco oppure l’arresto di un motore che mi faceva ciucciare  mezza  boccetta di Valium, per smettere  di chiedermi cosa sarebbe accaduto  se un altro dei tre motori rimasti ci avesse piantati in asso, o, ancora, perturbazioni così violente che facevano vibrare l’ MD11 o addirittura il 747  come fossero aerei da turismo.

Ora, sdraiato al sole invernale di casa mia, nell’accecante bagliore di questa giornata e del mio nuovo status di ex, riesco a provare un senso di sufficienza per  quei fotogrammi di memoria che mi scorrono più rapidi del ritmo sincopato che sto ascoltando.

 All’inferno. Non ci voglio pensare più. Spengo il mio walkman e riapro gli occhi.

Il merlo mi sta davanti, a mezzo metro. Il suo becco giallo è dentro il mio bicchiere  e un paio di salatini sparsi vicino mi fanno capire che ha già pranzato. Mi sta rubando l’aperitivo, il ladro!

Non mi scompongo più di tanto, perché penso che in fondo pure lui non ha un cazzo da fare nella vita e, dunque, deve pure passare il tempo. Evidentemente ha gli stessi miei gusti.

Si accorge che lo sto guardando e smette di fregarmi il bitter. Rivolta la testa verso di me e le mie orecchie sentono un “Ciao”

Resto come un coglione di fronte a un paio di tenaglie.

Ma è questione di un attimo, infatti mi viene in mente  che non sono i pappagalli i soli  a parlare, Anche i merli parlano. Allora, tranquillizzato di non essere preda di qualche morbo senile, gli rispondo.”Ciao,merlo”

“Ciao” ripete quello.

E aggiunge: “Chi sei? Che fai?”

Io mi guardo intorno e, solo dopo aver accertato che non ci sia nessuno a prendermi per matto, gli rispondo: “Sono un uomo, mi chiamo Stefano e prendo il sole”

 Scommetterei tutti i miei assegni mensili pensionistici dei prossimi due  anni  che quello mi ripeterà “Ciao. Chi sei? Che fai?”

Perderei la scommessa.

Ecco, lo sto scrivendo, perché ancora non ci credo. Forse sogno, ancora non lo so. Il volatile mi dice:

“Se non hai niente da fare ti racconto una storia”

E comincia a raccontare.

E’ passato in un lampo questo tempo

E’ passato in un lampo questo tempo,questo pezzo di vita dove c’eri, a salti d’occasioni  routinarie, come in famiglia dove è scontata la presenza al pranzo oppure a cena tra un parlar di niente e un litigar di tutto.

Così nasce l’affetto quello che si spiega solamente per coscienza di unire debolezze e far di quelle il punto più robusto d’amicizia.

Periodi spensierati , di ricchezza e poi momenti tristi di magrezza non accettata, nemmeno combattuta , mai apertamente ammessa,

Ci siamo allontanati per indifferenza,  dopo aver tentato tante volte di ritrovare il filo da tirare almeno per cucire il pranzo con la cena, almeno per restare ancora a dialogare su come un uomo  possa cadere ma poi si possa anche rialzare.

Non alle vette dei migliori cieli , ma almeno quel tanto da poter sperare.

E adesso invece è già finito tutto. Hai risolto il problema, hai dissolto la vita , quella poca forse che ancora rimaneva se solo, solamente …ma chissà, forse sarebbe andata così egualmente.

Verrò a salutarti per questa gita breve da fare ancora insieme e quando tornerò sarò più triste di quei tanti ritorni fatti nel passato da gite e pranzi e cene e discussioni.

Chissà se adesso tu davvero sappia che in fondo chi è rimasto è quello che sta peggio e magari sorridi pensando che a saperlo, prima saresti andato dove in un lampo qualcuno ti ha spedito.

E se per caso davvero le cose stessero così, allora aspetta, amico mio,  che intanto in fretta o senza fretta io ti raggiungerò e per la prima volta sarai tu a spiegare di come ci si debba abituare a vivere in altre dimensioni, sperando che prima o poi diventino realtà tutte quante quelle che furono illusioni.

Esperimento OVERMAN

Nel limbo che gravita
tra il sonno e la veglia
echi di tempi
e avori di istinti
stillano gocce
d’essenza ed oblio.

Amniotici suoni
d’universi composti
ovattano grida
di mondi morenti
e rive di stelle
s’affacciano “nove”.

Sferiche sorti
Di cicli vitali
Confondono oceani
A cime rocciose
vapori di onde
a cumuli e nembi.

E tutto ritorna
Impastato di tutto
Microuniverso
Di festa e di lutto
D’amore e di morte
Di suono e silenzio

Quel tuo tanga Blu

(Opera letteraria di grande spessore di quel fumato Autore vadoalMassimo)

Ticchettano i tuoi tacchi
alla mia porta
e le tue nocche bianche
fan toc toc

io esco dalla doccia insaponato
maledicendo il lexotan
che ieri a mezzanotte
ho ciucciato.

Trenta gocce non più
per farmi un sogno
in cui il tuo pube bianco
s’era messo in blu.

Sai quel tanga di ieri
che non ti metterai
né oggi né domani
insomma mai

per far dispetto
a quel cosino rosa
che chiami ometto
quando si mette in posa.

Apro la porta e ci sei tu
che ridi allegra
per tutto quel sapone
ma intanto in mano
stringi quel tanga blu

I numeri del sonno

Un sonno procurato è pur sempre un sonno.

Ti rallenta il metabolismo e ti sospende tra la veglia e la morte. Eh sì, perché è più simile alla morte che non al sonno, quello del giusto che si ferma ogni notte alla stazione  del distributore di energia.

Nervosa,

Siamo macchine perfette, fatte di carne e sangue, proprio come gli animali che ci mangiamo per rimanere perfetti nel nostro stato di superiore diritto alla sopravvivenza.

Ma capita a volte che corriamo il rischio di essere mangiati noi stessi. Ma non vivi, Morti. Morti come tanti polli da fare in fricassea. Spennati della nostra anima, ci mettono, ben composti e ripuliti, in un contenitore. Pronti per i vermi e per il tempo divorante tutto ciò che è inanimato.

Pensavo a tutto questo, dietro a quel vetro spesso dove, quasi come una reliquia, giaceva il mio amico.

Aveva il cervello in pappa e gli occhi chiusi, Aveva la sua storia racchiusa tra le lenzuola e le sue probabilità di continuare a costruirla adagiate sul cerchio perfetto dello zero.

Strana invenzione lo Zero.

Separa tutto ciò che è positivo da tutto il negativo, mantenendo, arrogantemente, lo status di punto di partenza dell’Infinito, in un senso o nell’altro. Infinitamente positivo , infinitamente negativo. E in mezzo una serie di simboli che l’uomo ha incasellato in tabelle  e tabelline, qualche volta in foglietti di calendario,eppure , tutti, tutti quanti destinati a dirigersi verso quell’otto adagiato orizzontalmente.

Proprio come il mio amico. Che forse era già Infinito. Senza che noi, ancora, lo sapessimo.

Senza che lui lo avrebbe mai saputo.

Maledetta insicurezza

Non mi è mai piaciuto alzarmi presto, ma questa mattina, proprio questa mattina, non potevo certamente evitarlo.
Risultato scontato: il mio umore è pessimo.
In più debbo fare i conti con la mia emotività che innalza sempre i suoi stendardi anche alla brezza più mite di ogni nuova situazione.
Mi sento a disagio all’inizio di un viaggio, quando conosco una persona nuova, quando entro in un locale che non conosco.
Mi sento a disagio nel dover sperimentare.
Lo psichiatra mi ha spiegato che in parte è normale ed accade a tutti. Ma a me accade in maniera esagerata, imbarazzante, addirittura.
Cominciano a sudarmi le mani, mi sento destabilizzato nel mio intimo, come se un pericolo incombente mi minacciasse.

Ma ormai ci ho fatto l’abitudine. E gestisco l’emozione. L’accetto come una parte inscindibile delle mie manifestazioni di “normalità malata”.
So che all’inizio, anche oggi, proverò questa ansia soffusa, questo sudore odioso, questa sensazione di pericolo indefinito.
Poi, come sempre, mi abituo , prendo confidenza, piano piano, quasi senza poter stabilire la linea esatta di confine tra malessere e benessere, mi renderò conto di trovarmi a mio agio.

Ecco, per esempio, sono già vestito e, così ragionando, quasi non mi sono accorto dei miei movimenti, non ho pensato ai prossimi disagi che sicuramente proverò. Ma io sono ormai abituato a tutto questo. Solo che oggi so che dovrò aspettare, prima di calarmi del tutto in questa nuova situazione che, per di più, è imposta. Ho sempre odiato le attese e le imposizioni. Le cortesie dovute, le cene obbligate, gli appuntamenti irrinunciabili.
Bene. Mi abituerò anche oggi.
Farò un respiro profondo e mi rilasserò. Se non dovesse bastare ne farò un altro ancora più profondo.
In fondo, a pensarci bene, sarebbe stupido trattenere il fiato.
Prima o poi dovrei respirare e i vapori di cianuro sarebbero lì, puntuali, pronti a scivolare nei miei polmoni.
Speriamo solo di abituarmi più presto del solito, questa volta.
Ah ecco il prete!

Paestum, fantasma di un Amore

Tramonto maculato
di ali nere
e vento pieno
del gracchiar di corvi,
tessere luccicanti
tra l’erba ancor virente
e salso aere
a carezzar le pietre.

Seduto sopra il resto
d’un mercato,
vicino a un crocevia
pietroso di silenzi,
avverto ombre Vestali
e tuniche ritorte,
eco di voci,
vite di guerrieri
ed avidi mercanti.

Vite risorte ,
storie rivissute,
stesse ali nere
e stesso sole,
canto di mare
all’antico lido
e l’ombre
che annunciano la sera.

Nella mia mano chiusa
la sua croce,
nei ruderi di Paestum
la sua voce.

S’aggiunge a Storia
un’altra storia
e i corvi
non distinguono più
le loro prede,
il cielo sé nettato
d’ali nere
e sulle spalle stanche
ho nidi di paura.

da Kerouac al Grande Fratello


io vissi insieme ad altri 
tra orizzonti aperti 
con sogni da sognare 
con lotte da sperare 

oggi si sta da soli 
costretti in corridoi 
ad occhi aperti 
sulle pareti strette 

muovi i tuoi passi 
sull’unico orizzonte 
che ancora t’han lasciato 
forse per distrazione 

Raggiungiti, se puoi!

crogiolando pensieri

Crogiolando pensieri

in fondo ai cuori,

si distilla la luce

raggio a raggio,

facendo di candela,

in vita oscura,

il maso di coraggio

che brilla nello staccio.

E’ il giorno a far la storia

nei secoli, di genti,

con l’accecante luce

delle più glabre menti

ma è il fioco raggio

d’un’idea  d’amore

a tendere, tra i fumi,

ancora, umano abbraccio.