Anni e cent’anni Cap. X – Il pozzo

Quando la sera scendeva serena ,fugando le ombre dell’ultima luce, il vecchio usciva da casa e si sedeva sotto al portico.

Cominciava a fissare quel pozzo, che tanti anni prima aveva scavato egli stesso, deflorando la falda acquifera, che rabdomanti e uomini di scienza sostenevano esistere solo nella sua mente.

E ogni sera, da quel lontano giorno di cinquant’anni prima, l’uomo si riposava dalle fatiche della propria esistenza, guardando quella cosa impossibile che era riuscito a creare con la tenacia di chi, pur ignorandolo, ha fede in qualcosa.

Una fede illogica e, a volte, crudele per tutti gli insuccessi subiti, ma tranquilla e sicura come se il buon esito del proprio lavoro fosse già cosa concreta.

E quando aveva udito il primo gorgoglio, aveva provato una emozione pacata e composta che lo aveva reso, all’istante, in stretta armonia con tutta la vita e le cose circostanti.

Aveva rivolto lo sguardo verso il suo povero orto e lo aveva vissuto come un rigoglioso giardino, aveva guardato la casa di pietra, che da due secoli pareva essere inghiottita da quel brullo paesaggio  e gli era apparsa all’istante  fiera e troneggiante sui lievi declivi della campagna.  

Un’acqua torbida e fangosa aveva cominciato a spandersi per l’aia, dapprima irruente e poi, sempre più lentamente, irrorare l’arida polvere del terreno.

C’ era voluta circa un’ora prima che la sua limpidezza fosse tale per poterlo invogliare ad unire le proprie mani a coppa e portarle alle labbra .

L’acqua gli era parsa morbida, come se le molecole che la componevano si fossero ammassate per rendergli quel contatto più fisico ; egli dette un bacio a quella superficie, prima di bere il primo sorso.

La fine di quel giorno di cinquanta anni prima  aveva trovato un uomo felice e più saggio.

L’uomo e il suo pozzo erano gli unici testimoni di quell’ennesimo tramonto che di li a breve avrebbe segnato la fine di un giorno uguale a tutti gli altri giorni passati .

L’uomo, d’un tratto, avvertì un sommesso rumore proveniente dal pozzo, un specie di lamento  che ricordava una eco del colpo di un sasso contro una roccia.

Il vecchio si alzò dalla sedia e si diresse verso il pozzo, distante una decina di metri dal portico.

Mentre, incuriosito, procedeva nell’aia, la terra tremò sotto di lui, facendogli perdere l’equilibrio,e nel cadere udì un assordante boato salire dalle viscere della terra e percorrerla tutta fino a spegnersi violentemente contro la sua casa di pietra.

Completamente disteso sul terreno, potette sentire l’ondulazione di esso contro il suo  corpo, mentre il rumore del crollo di quella antica magione gli riempiva il cervello e l’anima di una disperazione profonda.

La scossa durò non più di un minuto e alla fine il  silenzio innaturale che ne seguì fù infranto solo dal cigolio del secchio che dondolava sulla sommità  del pozzo.

Miracolosamente intatto, nella sua rustica fattura, ogni pietra immobile, come originariamente l’uomo  l’aveva disposta con le proprie mani, il pozzo era lì, a pochi metri da lui, e tutt’intorno rovine e distruzione.

Il vecchio, stordito e confuso, si alzò e, senza nemmeno voltarsi verso la casa che non esisteva più, andò verso il pozzo  e si inginocchiò alzando le braccia e accarezzando con le mani i bordi levigati dal tempo e dall’usura.

 Il secchio continuava a cigolare nella sua lenta e macabra danza .

Il vecchio piangeva sommessamente e ringraziava il Signore di aver preservato la sua creatura da quella rovina e nemmeno si accorse che dal pozzo cominciava  a  salire uno zampillio d’acqua che ,formando un arco ideale nell’aria circostante, andava a ricadere a pochi metri dal pozzo stesso, formando a sua volta una nuova piccola fonte zampillante che, con lo stesso sistema, riproduceva nuovi zampilli e nuove piccole fonti.

Il vecchio pieno di meraviglia seguì con lo sguardo quello strano fenomeno e vide così il nascere di quattro piccole fontane che circondavano l’antico pozzo.

 Quattro zampilli che spumeggiavano a circa trenta centimetri dal terreno per ricadere esattamente sulla loro stessa base, senza  spargersi sul terreno circostante.

Davvero strano quel fenomeno! 

Il vecchio, ancora troppo stordito dal cataclisma improvviso, non sapeva più cosa pensare o fare e allora si sedette, le spalle appoggiate al pozzo a fissare le rovine della casa che era stata di suo padre e ancor prima di suo nonno .

 Mentre guardava quell’immane rovina avvertì un forte dolore al braccio sinistro e subito dopo una lancinante fitta al torace.

Gli mancava il respiro e gli parve di stare sul punto di svenire, tentò di alzarsi, ma si rese conto di non averne la forza e allora sperò che l’acqua fresca della nuova fontana a pochi metri da lui, lo avrebbe ristorato e gli avrebbe impedito forse di perdere i sensi.

Strisciò penosamente verso di essa con il dolore che ormai aveva invaso tutto il suo torace e sporse il viso verso quello zampillo.

 L’acqua era gelida e ,irrorandogli il volto,  penetrò le labbra semiserrate nello spasimo del dolore.

 Le poche gocce che riuscì a ingoiare, gli piombarono nello stomaco facendogli sentire il contatto fisico di quell’elemento che aveva il gelo delle profondità della terra.

 Il dolore sparì all’istante, il respiro divenne regolare e una straordinaria energia si impossessò del suo corpo.

 Stava bene  e si sentiva vigoroso come tanti, tanti anni prima.

 Si alzò e nel buio della notte udì il suo urlo irrefrenabile.

 Si sorprese di quell’urlo senza senso e senza motivo, contrario alla sua indole di uomo pacato e tranquillo.

Il suo nuovo vigore lo eccitava, le sue gambe erano tornate possenti e sicure, i muscoli delle braccia erano di nuovo tesi e scattanti, guizzavano sotto la pelle, desiderosi di movimento.

Quella notte egli lavorò incessantemente a rimuovere tutte le macerie e continuò il giorno dopo, e il giorno dopo ancora iniziò  a ricostruire la sua casa.

 Quando si sentiva affaticato e stanco  si dissetava ad una delle piccole fonti sgorgate la notte del terremoto e così riprendeva nuova forza e vigore per continuare il proprio lavoro.

Compì la sua opera in pochi giorni o forse settimane o mesi, ogni pietra al suo posto originario e di nuovo la sua casa era pronto ad accoglierlo.

La guardò con orgoglio e pensò che in tutti quegli anni quella casa aveva rappresentato la sua stessa solitudine.

Non un amico col quale condividere il ristoro dalle fatiche del lavoro, non una compagna  aveva riscaldato le sue notti e la sua vita.

Il vecchio desiderò la compagnia di una donna.

 Volle andare giù al paese per cercare una moglie, pensò anche di avere dei figli, inoltre voleva amici che lo allietassero alla mensa e desiderò un nuovo mobilio, un arredo meno primitivo di quello di cui aveva goduto per tutti quegli anni.

 La sua mente era in tempesta, il suo cuore provava desideri ed emozioni nuove e sconosciute, si odiò per aver impiegato la propria vita tra l’orto e l’aia, solitario come se avesse paura di vivere una vita vera e più piena di umanità.

 Ma ora ,grazie a quell’acqua miracolosa, si sentiva in grado di ricominciare una nuova vita a dispetto degli anni vissuti.

Preparò  poche cose che gli sarebbero state utili per il viaggio fino al paese e si apprestò a lasciare quel luogo, con l’intento di farvi ritorno in compagnia di una moglie.

Ma prima di partire volle dare una occhiata al suo pozzo.

Ora gli parve privo di senso e dentro di se maledisse quell’amore e quell’orgoglio provati per tutta la vita per quel comunissimo pozzo.

 Quanta acqua aveva bevuto traendola dalle profondità del suo pozzo, quanta acqua per il suo orto che lo aveva sostentato e lo aveva fatto vivere come un animale dedito solo alle fatiche.

 Lavorare la terra, mangiarne i frutti, coricarsi col sopraggiungere del buio e levarsi alle prime luci dell’alba.

 Un giorno uguale all’altro, per tutta una vita.

 Dette un ultimo sguardo al pozzo e si incamminò giù per la valle, verso il paese più vicino. Vagò per giorni e giorni, viaggiò oltre i confini della propria regione, stette lontano quasi un anno!

Ma non trovò paesi e genti, non incontrò nessuno.

 Il cataclisma aveva cancellato tutto, egli era forse l’unico sopravvissuto a quella notte del terremoto.

Si rese conto che per lui non ci sarebbe stata un’altra occasione di vita, era solo, definitivamente solo.

 Dopo tanto vagare e tanto pensare alla sua vita trascorsa , a tutto il tempo sprecato, a tutte le cose non vissute, decise di fare ritorno alla sua casa, alle sue fonti, al suo pozzo. Viaggiò per tanti altri giorni e alla fine quasi senza rendersene conto, giunse in cima alla collina.

 Era notte , una notte silenziosa priva di ogni verso di fronda o di uccello, senza vento, quasi irreale.

 E nel buio non riusciva a scorgere le mura della sua abitazione, quelle che aveva eretto di nuovo con tanto vigore.

Procedette verso il punto dove la sua casa doveva trovarsi ma inciampò e cadde pesantemente a terra.

 Solo allora potette vedere quel mucchio di rovine, la sua casa crollata, volle alzarsi, ma non ci riuscì, il dolore lancinante al torace lo stava ormai uccidendo, volse lo sguardo a cercare gli zampilli miracolosi, ma non vide altro che il suo pozzo.

 Si trascinò fino ad esso e ne cinse la base come per abbracciarlo in un impeto di amore rinnovato verso di esso e verso la sua stessa vita.  La seconda scossa sismica giunse che il vecchio era già morto, fu più violenta della prima, ma non riuscì ugualmente a separare quell’ultimo abbraccio

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