Anni e cent’anni Cap. VIII Le fate di Rachele

Rachele era seduta  su una panchina del Pincio e guardava in alto con la speranza di vedere qualche stella cadente, in quel cielo metropolitano impoverito di stelle .L’aria della notte  era completamente ferma e quindi il leggero refolo che, ad un tratto, avvertì sul  braccio, le fece  istintivamente  distogliere lo sguardo dal cielo.

La bambina, seduta ora vicino a lei, portava i capelli raccolti in piccole trecce sui lati del capo e la stava fissando, con uno sguardo luminoso , dietro al  quale Rachele riconobbe  un’anima familiare, anche se da troppo tempo dimenticata.  

“Ciao Rachele” le sussurrò la  bambina

“Ciao Rachelina”  rispose calma e serena l’anziana signora

“Mi hai dunque riconosciuta ,Rachele?” domandò la bimbetta

“Non ti ho mai dimenticata, anche se , confesso, da tanto tempo non ti pensavo”

Quelle furono le sole parole che si scambiarono e, come se un accordo precedente fosse stato stabilito, si alzarono e si avviarono, mano nella mano, verso l’uscita del grande giardino.

Camminarono a lungo, in silenzio, per le strette stradine del centro storico fino a quando si ritrovarono di fronte ad un palazzo che si intravedeva appena, avvolto com’era da una sorta di nebbia.   Rachele e la sua piccola accompagnatrice  si fermarono a guardare quell’insolita nebbia  in mezzo alla quale sembrava che il presente si stesse sciogliendo  per riannodare un passato fatto di   rumori,  profumi,  voci di donne e di bimbi che giocavano in strada.

 La bambina le lasciò la mano e corse  dentro il portone che schiudeva la vista ad un vasto cortile ombreggiato dalla vecchia magnolia e da piante di fichi, intorno alle quali sonnacchiosi gatti guardavano, incuriositi, i giochi dei molti bambini che si affannavano a rincorrersi lungo i vialetti.  Rachele  lasciò che la propria malinconia di donna,  danzasse lieve con  quella  quieta felicità della bimba che l’aveva lasciata per unirsi ai suoi compagni di giochi.

“Rachelina sali a casa a lavarti, tra poco si pranza” chiamò a gran voce una donna affacciata ad un terrazzino.

“Ancora cinque minuti, mamma” rispose Rachelina con voce implorante.

L’anziana signora agitò un braccio in aria  per richiamare l’attenzione di quella donna a lei così familiare e si sentì disperata per non poter essere vista e comunicare con lei.Ma fu un solo attimo di distrazione, quella sensazione così penosa che l’aveva invasa tutta, immediatamente ritornò con lo sguardo alla piccola Rachele la quale  saltellando si dirigeva verso l’ingresso della scala  e di nuovo avvertì quella penetrante gioia che solo i bambini riescono a provare nella loro innocenza infantile.

Così rincuorata vide Rachelina affacciarsi dallo stesso terrazzino sul quale pochi istanti prima  era apparsa sua madre e la vide fare cenno nella sua direzione. Ancor prima di poter ricambiare il saluto si rese conto che la bimba stava salutando qualcun altro dietro di lei.

Si voltò e lo vide passare accanto a se, appena tornato dal lavoro; quasi la sfiorò mentre, con lo sguardo rivolto alla figlia  avanzava lungo il cortile.

Volle chiamarlo, ma il suo desiderio non aveva voce , tentò di rincorrerlo per abbracciarlo, ma le sue gambe non si mossero, erano ferme come quell’istante di tempo dentro di lei.

Ad un tratto ricordò quale giorno fosse quello e l’orrore la prese alla gola , tentò di urlare, di fermare in qualche modo gli avvenimenti che di li a poco sarebbero accaduti, ma come ben sapeva non avrebbe potuto fare nulla.

La prima bomba cadde proprio in mezzo al cortile e le altre che seguirono istantaneamente  colpirono le scale interne, demolendo l’intero palazzo. Si ritrovò, miracolosamente viva, in mezzo a tutte quelle macerie e solo la mano della piccola Rachele la guidò via, lontano da quel luogo tanto felice e tanto tragico.

E mano nella mano ritornarono su quella panchina del Pincio dove sedettero in silenzio per aspettare il sorgere del sole.

Da quel primo incontro erano trascorsi ormai dieci anni e quel pomeriggio Rachele giaceva sul letto e si lasciava inondare da quei ricordi e da quelli di  tutti gli altri  incontri successivi,  durante i quali la bimbetta divenne ragazza, e poi donna e poi madre .

Tutta la sua esistenza  rivisse Rachele durante gli incontri con la sua compagna,  la quale , ogni volta, le appariva più adulta, come se le sembianze di lei fossero un abito indossato per ogni stagione della propria vita passata.

Ogni dieci di Agosto l’incontrava sempre più simile a se stessa, annunciata sempre dallo stesso refolo su quella panchina del giardino del Pincio.

Ma quel pomeriggio Rachele era in ritardo, i suoi ricordi le avevano impedito di accorgersi che le ore erano trascorse più rapide di quanto avesse potuto immaginare , finché il buio spense gli oggetti di tutta la stanza , portandole uno sconforto insieme alla consapevolezza che quel dieci di agosto non sarebbe giunta in orario al suo appuntamento.

L’ansia le rese la forza di alzarsi dal letto, ma la sua testa sembrava girare come una trottola impazzita e, suo malgrado, ricadde riversa sullo stesso letto che aveva cullato fino a poco prima tutti i ricordi.

Una profonda tristezza si impadronì di Rachele e pianse in silenzio dapprima e poi sommessamente come ad invocare una ultima opportunità.

Ad un tratto sentì un refolo setoso sul suo braccio  e l’emozione fu tale che stentò a girarsi.

Nel buio ormai assoluto della sua stanza vide la sua fata, rischiarata dai capelli bianchissimi e dalla carnagione ormai diafana, come la sua.

“Ciao Rachele” la salutò la fata ormai anziana

“Ciao Rachele” le rispose l’anziana signora

“Mi riconosci Rachele?” le chiese sorridendo la sua ospite, ormai inattesa

“E come non potrei, specialmente oggi …” le rispose  serena la vecchia signora

Per la prima volta in tutti quegli anni la sua  fata continuò a parlare iniziando un dialogo, che prima di allora non era stato mai necessario.

“Questa sera Rachele, non passeggeremo, resteremo qui, insieme , io e te , a parlare se vuoi e aspetteremo insieme guardandoci negli occhi e nel cuore . –

“Ora sono felice, mia dolcissima amica, sono tranquilla con te accanto. Mi dispiace di non poter andare insieme a passeggiare come le altre volte, ma sento una strana stanchezza e un po’  mi dispiace. E’ un anno che aspetto questa notte”

“Lo capisco Rachele, però , come vedi, io oggi indosso la tua stessa vestaglia e certamente non potrei andare a spasso così svestita; e poi, se mi osservi bene. vedrai sul mio viso, vicino l’occhio sinistro una ferita, un livido”

-Oh,si Rachele, è lo stesso che mi sono procurata io, oggi pomeriggio prima di coricarmi. Sai, sono scivolata e cadendo ho battuto la tempia contro lo stipite della porta e mi sono ferita. Ma ora non sento più dolore , però mi gira la testa, non riesco ad alzarmi”

“Lo so Rachele , anche io non sento più dolore e sono tranquilla insieme a te e insieme aspetteremo. Non aspetteremo a lungo ma l’attesa ci farà sentire ancora più unite .”

“Ho capito Rachele e tutto sommato sono felice , vorrei solo sapere una cosa…”

La fata sorrise e dolcemente le disse che non era dato sapere ,ma aggiunse di stare tranquilla perché di li a poco avrebbe saputo.

“Grazie Rachele mia ultima e più cara fata, ora posso veramente aspettare con te”

Quella notte in città mancò per qualche minuto la corrente elettrica  e, nel buio più completo, le persone che si trovavano al Pincio riuscirono a scorgere una pioggia di vivide scie luminose; tante stelle cadenti non si erano mai viste a Roma e qualcuno esclamò :

“E’ la notte delle fate”  

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