Anni e cent’anni Cap. III Sintomi di follia

“Che cazzata!” esclamo a voce alta.

Ma il merlo è già andato via. Lo vedo in fondo alla spiaggia, vicino al mare che frulla le sue piume.

Un attimo, però. Quello mi ha raccontato una storia.Non una o due parole, ma una storia intera!

Comincio ad agitarmi. Vuoi vedere che la vita da pensionato mi sta facendo diventare matto?

 Eppure l’ho sentito parlare con quella sua voce arrochita dallo sforzo.

Non riesco a capacitarmi.

Il benessere provato fino a qualche momento prima, ora  si è volatilizzato come quel maledetto uccello che non riesco nemmeno più a vedere. Non vorrei che mi prendesse un attacco di ansia.

“Cerchiamo di ragionare” mi dico ”Un merlo non può parlare e tanto meno raccontare favolette. Mi devo essere addormentato al sole e ho sognato”

Per cercare conferma guardo l’ora,sono le dodici e mezzo.

E’ circa una oretta che sto li, ma questo non mi dice niente di più. I sogni possono durare pochi secondi e racchiudere ore di ricordi . Chissà, forse mi sono appisolato.

Ma si, non c’è altra spiegazione!

Mi tranquillizzo , ma dura poco perché vedo i salatini sparsi sul tavolino.

“Cazzo ,il merlo c’era” penso con rabbia

Merlo o non merlo decido di non pensarci più. Mi alzo e scappo da quel posto.

 Adesso il sole è ancora più caldo. In sella alla moto mi sento meglio e prendo una andatura di tutto relax che mi consente di voltare di tanto in tanto la testa per guardare  il mare.

 Ha il colore intenso e la quiete dell’inverno,  sulla spiaggia non c’è anima viva e una miriade di stelline luminose fa sembrare il movimento della risacca piena di flash che fotografano gli stabilimenti e me che li guardo.

Quella teoria di flash sembra seguirmi, affascinando la mia attenzione. Mi accosto al marciapiede, spengo il motore e, senza nemmeno levarmi il casco, attraverso la strada e mi dirigo verso l’acqua.

Sulla spiaggia mi libero la testa e mi slaccio il giubbotto di pelle.

Man mano che mi avvicino alla battigia,  attirato  dalla lucentezza di  quegli scintillii, percepisco il profumo salmastro, sempre più netto. Mi fisso a guardare quel lento ondulare sfavillante di luce e scivolo dentro di me, giù, nel profondo calderone delle mie emozioni,più volte rimestato, in tantissimi anni.

    Sono costretto a guardare tutte le croci che stanno in quel posto, splendono al sole di quella tiepida mattina di Aprile e mi distraggono da quel lento scavare che i due uomini stanno compiendo ai miei piedi.

Un silenzio inquietante, oltre il quale, fuori,scorre ancora la vita a dispetto del pianto di una giovane donna e dell’incapacità un bimbo di tre anni a capire perché, per andare in cielo ci si debba incamminare per  una fossa, dentro la terra.

Ricordi sempre presenti pur se  impercettibili come l’aria che riempie i polmoni ad ogni respiro. Ricordi che, per tutta la vita,  mi hanno riempito la mente, rubando lo spazio alla voglia di vivere.

Fantasmi, accucciati ai piedi del letto, che accompagnavano ogni risveglio, per anni e anni, travestiti da paura e tristezza, da odio e rancore.

Ora sono tutti  vicino a me,resuscitati forse dal luccichio  dell’acqua , e io  li prendo per mano uno ad uno, e parlo con loro.  

Ora sono io a consolarli,a rassicurarli che non sono soli e non sono gli unici. A volte, in passato, specialmente i primi tempi, quando ho iniziato a renderli corporei, indicavo a me stesso tutti i fantasmi degli altri, che da sempre riuscivo a scorgere,sospettando la presenza dei miei.

 In fondo, la barca di otto metri che il mio psicanalista si è comprato con i soldi che gli ho dato in quindici anni, è risultato, alla fine , un ottimo investimento.

Sorrido. E loro se ne vanno, scivolano sull’acqua e si confondono con i riflessi scintillanti, ben sapendo che verranno a trovarmi in un altro momento e in altro luogo.

Sono di nuovo me stesso e sono sereno.

 “Mi dai una sigaretta?” la voce alle mie spalle appartiene a una specie di zingara. Indossa una gonna lunga che le scende morbida fino ai piedi, con fiorellini arancioni che spiccano sul nero del tessuto. Le scarpe sono enormi e sgraziate,  i suoi capelli sono untuosi e  li tiene lunghi sul collo, ombrato da una sporcizia di settimane. E’ avvolta in una larga mantella lavorata ad uncinetto, sotto la quale si intravede una camicetta ormai lisa che non riesce nemmeno a celare l’acerbità dei suoi seni.

 La magrezza del viso fa risaltare i due grandi occhi neri che mi stanno fissando con aria di sfida.

Anche lei mi sta esaminando e non sembra entusiasta di quello che vede.

 Così siamo pari.

Sto per alzarmi ma lei mi precede sedendosi accanto a me.

“Vuoi scopare?” mi chiede con lo stesso tono col quale mi ha chiesto la sigaretta.

Avrà si e no sedici anni.

“Ma non lo vedi che sono un vecchietto?” gli rispondo io, cercando di mascherare il mio imbarazzo.

“Perché? Non ti funziona più?” mi domanda aggressiva.

“Si che mi funziona, ma  solo con chi decido io. Tu, piuttosto, invece di andare a scuola, la dai via per una sigaretta?”

La sua aria di sfida scompare e lascia uno sguardo triste che si fissa in un punto lontano che solo lei riesce a vedere.

“Sai. Io non ero così. Prima. Se vuoi, ti racconto come sono diventata così”

E comincia a raccontare

Un pensiero riguardo “Anni e cent’anni Cap. III Sintomi di follia

  1. Bello l’improvviso apparire della bella e sfortunata zingarella e il breve ma intenso dialogo che ne segue.
    Un capitolo in cui colgo con piacere due delle poetiche, ma anche quasi filosofiche, riflessioni tipiche dell’autore.
    “I sogni possono durare pochi secondi e racchiudere ore di ricordi”;
    “…l’incapacità un bimbo di tre anni a capire perché, per andare in cielo ci si debba incamminare per una fossa, dentro la terra”.

    "Mi piace"

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