Anni e cent’anni Cap. VII Barbara ( per il Capitolo VIII leggere dopo il CapXI prima di proseguire col Cap. IX)

Ho ascoltato il racconto di nascosto fingendo di esaminare la mia agendina e di scriverci sopra chissà quali appunti di vitale importanza.

“Insomma adesso hai capito? Vivono insieme con i soldi dell’industriale”

“E’ uno schifo” afferma l’amico che, come me, ha ascoltato in religioso silenzio quella squallida storia di emarginazione.

Poi guarda l’orologio e bestemmia: “Per la madonna, sono quasi le sette, io devo scappare, se no mi tocca litigare con mia moglie. Ciao ci vediamo domani al cantiere”

Si alzano insieme e se ne vanno ogn’uno verso il proprio inferno personale.

Ordino un altro caffè, stavolta decaffeinato e rifletto.

Da questa mattina non ho fatto altro che ascoltare storie quasi incredibili. Per una vita intera, nessuno mi ha mai raccontato storie e ora, in un solo giorno, ne ascolto addirittura tre. Questa sembrerebbe una vera e propria congiura del destino. Io che non mi sono mai interessato a niente che non fossero bilanci, budget e business plan , ora vengo coinvolto mio malgrado in storie che sembrano favole. Mi ritrovo a conoscere, in un sol giorno, dimensioni distanti dalla mia vita e dalla mia capacità di fantasticare fatti e personaggi.   Tutto questo deve avere pure un senso. Ma quale? La maledetta abitudine di pormi domande non mi passerà mai. Dicono che sia normale per uno che ha fatto analisi per tanto tempo. Chiedersi, interrogarsi, sceverare tutto e tutti gli accadimenti della propria vita. Ma a questo punto mi sembra più che normale, chiedermi se tutte queste siano coincidenze o no.

Mi alzo e mi guardo allo specchio che costeggia l’intero bancone.

Mi vedo. Sono io. I miei lineamenti sono sempre gli stessi. Occhi piccoli ma, a quanto dicono gli altri, espressivi; naso dritto e regolare, tanto invidiato da mia moglie; bocca e mento come un’opera d’arte e il fisico, seppure un po  appesantito,fa sospettare ancora i fasti atletici di un tempo.

Sono proprio io, anche se non ho indosso più giacca e cravatta , sono io Stefano.

Mi rendo conto che la cassiera mi sta osservando incuriosita. Allora, piroettando sul mio piede sinistro, mi volgo verso di lei e le dico: “Stavo controllando se ero un altro. Invece sono proprio io” Le poso cinquemila lire sulla cassa, le faccio l’occhiolino  e me la filo, lasciandola di stucco.

Maledizione! Non è finita ancora. Mentre sto risalendo sulla moto vedo una persona che non incontravo da almeno venticinque anni.

Barbara!

Le conduzioni elettriche del cuore sembrano sballarsi. Gli atri e i ventricoli cominciano a twistare . Mi ingoio due pasticche di Ritmonorm che porto sempre dietro per le occasioni speciali e mi accorgo che la fibrillazione, appena accennata, rientra immediatamente. Dopo essermi pentito di aver ingoiato le due pasticche , grido:” Barbara!” .

 Lei, sull’altro marciapiede si ferma e si guarda intorno. “Barbara, sono qui” grido di nuovo agitando il maledetto casco per aria.

Lei mi vede ma è evidente che non mi riconosce. Rimane interdetta e allora le vado incontro senza nemmeno guardare le macchine, costrette a  frenare per non investirmi.

Istintivamente, mentre mi avvicino, lei fa un passo indietro, ma resta ferma senza allontanarsi.

Ora le sono davanti e la guardo. E’ bellissima il suo viso mi sembra ancora fresco e giovane, solo i capelli ormai interamente bianchi tradiscono la sua età.  Mi sembra una visione , ne sono ancora innamorato.

 Ha perso un pochino la somiglianza con Romy Schneider,però considero che Romy è morta a quarantadue anni e Barbara ora ne ha quasi sessanta e dunque non lo posso sapere se la somiglianza è venuta meno o no.

Le dico tendendole le braccia:”Barbara,non mi riconosci dunque più? Mi hai dimenticato a questo punto?”

Lei continua a guardarmi incuriosita e mi scruta. Mi rendo conto di avere i capelli troppo lunghi e di essere abbigliato in maniera indecorosa, forse farebbe fatica a riconoscermi anche mio figlio che non mi vede da tre mesi, allora le dico “Sono Stefano. Stefano Travia “ Il lampo di meraviglia che vedo nei suoi occhi mi dice che finalmente mi ha riconosciuto.

“Stefano Travia. Certo che stupida che sono!” mi tende le braccia anche lei.

Io l’abbraccio e la bacio su entrambe le guance. Lei mi guarda con quei suoi occhi verdi a cui gli anni non sono riusciti a rubare  nè la sfavillio nè l’autostrada per l’anima.  Congiunge le mani e se le porta al petto. “Oh Stefano, quanti anni, quanti anni”

“Una vita intera Barbara” sono commosso alla sua commozione

La riabbraccio e stavolta la stringo forte a me. Lei si mette a singhiozzare in mezzo alla strada.

 Una matura signora che piange abbracciata a un altrettanto maturo signore.

Ci stacchiamo da quell’abbraccio e ci fissiamo con gli occhi lucidi, tenendoci entrambe le mani. Una scena patetica, ma chi se ne frega. Ci siamo ritrovati dopo una vita e abbiamo pure il diritto di essere patetici.

Lei parla per prima. “Auguri Stefano, oggi compi cinquantacinque anni”

Detto da lei mi sembra musica. Si ricorda ancora la data del mio compleanno! Io le rispondo sullo stesso tema.

”Barbara ,ogni cinque Dicembre di questi venticinque anni ho sempre pensato a te, ma non ho mai avuto il coraggio di chiamarti” le dico ormai pronto a sciogliermi del tutto.

“Stefano, ma tu non sei invecchiato!” esclama sinceramente sorpresa

“Barbara, noi saremo sempre giovani”

“Lo sai che io ho quasi sessanta anni?” si schermisce lei in un sussurro

“Ti sbagli. Io ne ho trenta e tu trentaquattro” le dico io e aggiungo“Non siamo invecchiati, non abbiamo vissuto!”

“Che vuoi dire?”

“Potevamo vivere e non abbiamo vissuto.”

“Io sono scappato come un vigliacco. Ho cambiato lavoro pur di non vivere più quella tortura”

“Per questo ti sei licenziato?” mi domanda con lo stupore negli occhi.

 “Tesoro mio, non ci siamo mai detti niente, ma sapevamo tutto di noi. Tu non sapevi, forse, che io ero innamorato di te?”

“Si lo sapevo, ma non ne avevo la certezza. Lo speravo e ne ero spaventata. Tu eri diventato padre da poco e io avevo già due figli. Cosa potevamo fare Stefano?”

“Potevamo amarci, potevamo essere felici, potevamo invecchiare insieme. Ma non abbiamo avuto il coraggio.”

 “Adesso è passato tutto. E forse è stato meglio così” conclude lei, senza convinzione.

“Allora d’accordo. Siamo stati molto furbi. Io, comunque, non sono  riuscito a salvare il mio matrimonio” le dico.

“ Lo so. Velia, te la ricordi Velia, è rimasta amica della tua ex moglie e mi ha detto che ti sei risposato. Sei felice?”

“ Sono innamorato di mia moglie e le voglio bene. Mi sembra più che soddisfacente come situazione . E tu?”

“Sono sempre sposata con Paolo” mi sembra di percepire un velo di rassegnazione nella sua voce.

“E’ stato un buon marito?” le chiedo con la sincera speranza che, almeno per lei, il nostro sacrificio sia servito a qualcosa.

“E’ stato un marito. E io una moglie” la sua risposta ,invece,  ha un sapore amarissimo.

Quest’ultima frase, detta d’impulso, evidentemente l’ha spaventata .

E infatti mi dice:

“Mi ha fatto piacere incontrarti Stefano; davvero, tanto tanto piacere” 

Cristo, sta scappando di nuovo e io, di nuovo, non oso impedirlo.

“Anche a me ha fatto piacere vederti. Mi spiace che tu…” comincio a balbettare vigliaccamente

“Zitto Stefano, non dire nulla. Abbiamo le nostre vite, abbiamo fatto le nostre scelte e l’emozione che abbiamo provato nel rincontrarci ci deve bastare, credimi Stefano, è meglio così” mi interrompe quasi a consolarmi.

Per Dio, devo fare qualcosa! Tra venticinque anni lei ne avrà ottantacinque e io giù di li, saremo due larve umane nella migliore delle ipotesi.

Le dico:“Io domani pomeriggio alle tre sarò da Corsetti. Ti aspetto”

Voglio apparire deciso, ma mi accorgo che la voce tremante mi fa apparire più come un mendicante che come un comandante.

I suoi occhi verdi sono ormai tristi quando mi dice: “Ricordati che io sono più grande di te e quindi più giudiziosa”

Detto questo mi fa una carezza e poi ,cingendomi il collo, avvicina la sua bocca alla mia e mi bacia come, per una vita, ho sempre sognato. Sento le sue labbra morbide contro le mie e mi sembra di baciare una ragazza, la mia innamorata.

Sto li ,come un coglione bollito a farmi baciare da quella che poteva essere la mia donna,  e, prima che io possa ricambiare il suo ardore, si scioglie dall’abbraccio, volta le spalle e sparisce dentro l’ingresso della stazione della metropolitana.

Rimango inebetito a galleggiare in quel vuoto infinito che sento dentro di me.

Mi ci vogliono alcuni istanti per rendermi conto che lei mi ha voluto lasciare qualcosa di suo, qualcosa che potrò conservare.

 Ai miei piedi c’è una grande busta gialla. La raccolgo e riconosco immediatamente la sua calligrafia.

La busta contiene dei fogli scritti da lei. Mi sento come se le stessi ancora parlando , non ho bisogno di guardarla negli occhi, li ho sempre ben fissi nella mia mente. La sua calligrafia comincia a raccontare

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