Anni e cent’anni Cap.V Tramonto

La sua voce mi ha catturato in una sorta di malia gitana.

“E’ una bella storia” le dico”Ma cosa c’entra con te?”

“Io, sono Virginia. E questa è la mia storia!”

“Ma cosa stai inventando? La tua storia, tu,come tutti, te la scrivi da sola…..” inizio a filosofeggiare. 

All’improvviso scoppia a ridere in una spontanea,  quanto incomprensibile, allegria e non si ferma più.

La guardo stralunato e penso che mi sono imbattuto in una pazza.

“Cosa hai da ridere?” le chiedo

“Ti ho preso in giro, ti ho preso in giro” cantilena senza smettere di ridere.

Io resto zitto ammutolito da quella evidente follia.

“Ma davvero avevi creduto che avrei scopato con te?”mi chiede dandomi un pizzicotto sulla guancia.

Il sole ormai è più vicino al mare che al cielo.

 Tra poco farà freddo.

 Bel regalo di compleanno mi ha fatto questa ragazzina!

 Lei smette di ridere e mi chiede:

 “Come ci si sente a essere vecchi?”

 “ Bimba, io non sono mica lo speziale.Quanti anni pensi che io abbia?” le chiedo risentito per quella, che considero una offesa

 “Settanta, ottanta. Che ne so? Sei vecchio. Per me tutti i vecchi sono uguali”risponde facendo spallucce

“Tuo padre quanti anni ha?” le chiedo

“Quaranta” risponde lei pronta

“E’ giovane allora” le dico

“Ma che dici! E vecchio anche lui. Hai sentito che ho detto? Ha quaranta anni. Quaranta”

Mi sento divertito da quel suo modo di ragionare e questo mi compensa dalla malinconia che avevo cominciato a provare.

“Adesso io devo andare, bambina” le dico alzandomi

Immediatamente si alza anche lei e mi dice, tendendomi la mano con il palmo rivolto in alto:

 “Non mi dai niente?”

“E perché ti dovrei dare qualcosa?”

“Non ti è piaciuta la mia storia?” mi chiede delusa

“Si che mi è piaciuta. Ma non vedo perché dovrei pagarti per una storia che non ti ho chiesto di raccontarmi” le rispondo

“Allora preferiresti che io mi guadagnassi da vivere in maniera diversa? Non pensi che una storia come questa possa valere più di una scopata? Ti ho dato comunque del sesso con la mia storia . ” 

Metto una mano in tasca e le do diecimila lire.

“Secondo te è una storia da diecimila lire? La valuti diecimila lire la tua solitudine?” il suo sguardo non è più di una bambina e quello di una donna.

Forse quella storia mi ha smosso qualche istinto nascosto oppure la sua ultima frase ha toccato la parte più debole di me, fatto sta che sento un impulso incestuoso.

“ Ora, se me lo richiedessi farei l’amore con te” le dico senza poter controllare le parole.

“Nonostante il mio collo sporco e i miei stracci?” è ancora la donna a parlare

“Ora  vedo solo i tuoi occhi e te , dietro di loro”  sussurro a malapena

Resta un attimo in silenzio  e il suo sguardo si riempie di una tenerezza quasi materna, poi alzandosi sulla punta dei piedi,  mi da un bacio sulle labbra. Volta le spalle e s’incammina lungo la riva, lasciandomi le diecimila lire in mano.

La guardo allontanarsi senza avere il coraggio di seguirla o di chiamarla.

 Mi sale un nodo alla gola. Accendo una sigaretta e sento ancora il caldo delle sue labbra.

Un bacio così lieve, eppure tanto gravoso.

 Il mio compleanno mi sta riservando grosse sorprese. Finisco di fumare poi raccolgo il maledetto casco e, prendendo a calci la sabbia, me ne ritorno alla moto.   

Tra poco sarà buio.

Decido di infilarmi gli occhialetti da vista, che incastro accuratamente tra le tempie e le pareti del maledetto casco.

 Ora il buio non è più un problema.

So che il sole sta sparendo nel mare, mutando il cupo rossastro nel cinerino del crepuscolo, ma non mi sento di volerlo  guardare.

Mi inoltro per la pineta dove a quell’ora le prostitute sono più numerose degli oleandri che, sparsi, costeggiano la strada;sono quasi tutte di colore, tutte giovani e sensuali,  e …piene di aids probabilmente.

Esito solo un istante e poi tiro dritto facendomele sfilare accanto, insensibile ai loro richiami. Sono anni e anni che non vado più a puttane, figuriamoci oggi.

La strada del ritorno vede un ultracinquantenne in sella ad una potente moto che ora arranca sull’asfalto.

Mi superano tutti, ma la mia mente divisa tra il merlo della mattina e la zingara del pomeriggio non mi consente di essere concentrato sulla guida veloce.

Ormai è buio quando arrivo all’EUR . Ho bisogno di un caffè. Mi fermo davanti al bar del laghetto, un casotto che, da trenta anni, mantiene un aspetto di eterna precarietà; in compenso è ben illuminato e caldo. Mi siedo a un tavolinetto, mi accendo una sigaretta e ordino un caffè. Telefono a mia moglie, che a quell’ora dovrebbe aver concluso quella sua riunione.

Spero che la sua voce mi faccia ritornare alla realtà, mi sento ancora in una dimensione fantastica.

“Ciao Mara, hai finito di giocare alla donna in carriera?”

“Ciao Stefano. Ti ho chiamato ma non eri raggiungibile, volevo dirti che Sabato sera  staremo  a cena da Agnese”

Mia moglie è sempre la solita. Le avevo detto che non volevo, assolutamente, festeggiare il mio compleanno e adesso mi ritrovo con un invito a cena organizzato a tradimento.

“Ma come devo fare con te, Mara? Te lo avevo detto che non voglio festeggiare il compleanno….” l’aggredisco

“Non festeggiamo infatti, solo che gli amici hanno piacere di vederci e dato che io devo rimanere qui a Madrid fino a venerdì, hanno pensato di organizzare per Sabato, ma sanno perfettamente che è vietato parlare di compleanni” mi tranquillizza lei

Sono affezionato ai pochi amici che la vita ci ha conservato e dunque mi arrendo facilmente.

“Va bene. A Madrid che tempo fa?” chiedo nostalgico, pensando a tutti i mesi che ho lavorato nella capitale spagnola.

“Tira un vento fortissimo e fa molto freddo” mi dice lei

“E’ vento dell’Atlantico, segno che tra  poco arriverà una perturbazione” prevedo, ricordandomi di tutti i meteo della TVE che ogni sera mi facevano compagnia nelle  cene solitarie.

“Infatti. I colleghi spagnoli me l’hanno già preannunciato” conferma lei

“A proposito con la lingua come te la cavi?”

“Capisco quasi tutto, se parlano lentamente. Per parlare, invece, uso l’italiano, tanto loro mi capiscono con facilità”

“Approfitta per imparare a parlare un po di castigliano, così quando ritorni facciamo esercizio insieme”

“Va bien. Hasta la vista!”

“Non hasta la vista, ma Hasta Manana, ci sentiamo domani, non più tardi.

“No caro, ti telefono più tardi. Ti devo controllare, ora che sei libero come l’aria” mi dice scherzando. Ma non scherza, in realtà è preoccupata della mia nuova situazione e teme che riempia le mie ore oziose con qualcosa di illecito.

Per questa sua eterna preoccupazione, quando stetti sei mesi di seguito a Madrid mi veniva trovare tutte le settimane e restava con me dal venerdì sera al lunedì mattina, a prezzo di un rilevante stress, in considerazione che lei, in quel periodo, viaggiava per l’Italia e non aveva certamente la vita facile.

Quella è stata una vera prova d’amore nonostante i suoi vari “Ciccio” al posto di “Tesoro” o “Amore”.    

“Ti amo Ciccia” le dico provando un moto di affetto improvviso

“E’  solo un periodo, Stefano. Vedrai che poi comincerò a rimanere fissa a Roma e potrò anche uscire presto dall’ufficio. Anch’io ti amo tanto, Ciao Ciccio a più tardi” mi dice lei facendomi sentire uno scrocchio che dovrebbe essere un bacio.

Concluso il colloquio, ripenso a tutti gli aeroporti e le stazioni ferroviarie dove ci davamo appuntamento per incontrarci durante le nostre missioni di lavoro nei luoghi più disparati d’Italia e del mondo.

Pur di stare insieme qualche ora a volte ci facevamo un paio d’ore di aereo per incontrarci a metà strada, quando lei lavorava nel Nord Italia e io stavo i Europa.

Ci siamo incontrati a Parigi, a Vienna, a Praga,a Milano,  e in tanti altri posti, solo per passare una notte insieme.

E’ da diciassette anni che ci corriamo appresso. Forse per questo la nostra unione è durato fino ad adesso, alla faccia di tutte le difficoltà che il destino ci ha messo davanti.

E adesso io sono pensionato.

E lei ha ancora quindici anni di lavoro di fronte.

Uhm! Speriamo bene.

Il cameriere mi porta il caffè.

 Sembra fatto a regola d’arte. La cremetta è densa e l’odore è quello di una buona tostatura . Me lo sorseggio tra una tirata e l’altra del mio veleno e mi metto ad osservare due tizi che stanno in piedi di fronte al banco. Sono due omaccioni vestiti con abiti da magazzini popolari, probabilmente due operai che hanno concluso la loro giornata lavorativa e si stanno facendo un goccetto prima di ritornare alle lamentele delle loro mogli. 

 Non posso fare a meno di sentire quello che stanno dicendo, perché parlano a voce alta e uno sembra proprio arrabbiato.

“Ti dico che è vero! Non ci potevo credere nemmeno io,però è la sacrosanta verità. Se lo vedessi non lo riconosceresti nemmeno tu. A pensare che mia sorella era andata anche in tribunale a testimoniare in suo favore e poi per che cosa…?”

“No, no aspetta, mettiamoci seduti e raccontami tutto, non ci posso proprio credere” lo interrompe quell’altro con aria interessatissima.

Prendono i loro bicchieri e si vengono a sedere al tavolinetto appiccicato al mio.

E quell’altro comincia a raccontare.

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