Anni e cent’anni Cap. IX – La notte é ovunque

La calligrafia di Barbara, alla luce dei lampioni dell’EUR, è sempre la stessa, tondeggiante e ordinata, come quella che leggevo nei documenti d’ufficio. 

Ho letto la storia come un innamorato una lettera della propria amata.

 Una storia delicata, come la sua anima, come quella nostra intimità di pensieri,che ha sostituito, negli anni, gli amplessi d’amore mai avuti.

Una intimità che le nostre vite non sono riuscite a cambiare.

 Preso da una irragionevole speranza di ritrovarla , mi precipito lungo le scale della metropolitana e mi ritrovo in mezzo alla folla dei passeggeri appena scesi dal convoglio, che sta ripartendo proprio ora. Vorrei chiedere, domandare, a tutti se l’ hanno vista, se l’ hanno riconosciuta.

Resto a vedere il fiume di folla che mi scorre accanto, diretto verso la scalinata d’uscita e, alla fine, la stazione si svuota e sono costretto a rassegnarmi di averla perduta di nuovo.

Stringo ancora i fogli che lei mi ha lasciato,  i paramenti del nostro incontro,

Nel risalire le scale sento le gambe molli e il fiato tagliato dall’emozione provata, o forse più semplicemente dalla due pasticche di Ritmonorm incautamente ingerite.

 Il freddo della serata mi da una sferzata benefica, mi rischiara la mente e i polmoni, mi sento ad un tratto più calmo e ottimista, in fondo mantengo la speranza che domani lei verrà, alle tre, da Corsetti. Mi costringo a pensare ad altro, però non ci riesco, il ricordo di quell’ultimo abbraccio me lo sento ancora fisicamente addosso. Non sarà facile dimenticarlo anche se lo volessi, e certo non lo voglio.

Risalgo sulla moto e mi immetto nel traffico caotico di quell’ora di punta. Lo slalom che effettuo tra le auto mi impegna la mente, rilassandomi completamente. Ad ogni semaforo sbircio la gente dentro le macchine ferme.

Mi appaiono tutti uguali, si trascinano  vite che non vorrebbero avere,o peggio, se le rimirano ,soddisfatti di quel loro niente che valutano tanto.  

Penso che io finalmente ne sono fuori.

Comincio a intravedere i confini  che separano  una  piena esistenza ,da quelli edificati  a difesa del proprio ridicolo spazio di vita.

 Solo quaranta giorni fa  ho strisciato, per l’ultima volta, il mio badge, nel lettore aziendale e già mi sento in grado di filosofeggiare sui massimi sistemi dell’esistenza. Ridicolo. 

Riprendo i miei più realistici  panni di neo pensionato e mi avvio verso casa.

 Sono circa le otto e mezzo quando entro nel mio appartamento, accolto come sempre, dall’interessato benvenuto dei miei tre gatti affamati. 

Elargisco una carezza a testa e li seguo fedelmente in cucina dove apro una scatoletta di cibo che  verso nel loro piattino.

Solo dopo questa operazione mi spoglio e riesco a farmi una doccia calda.

Ascolto la segreteria telefonica.

 La voce di mio figlio mi rende subito allegro.

“ Ciao, papà, qui sono le due del pomeriggio e fa un caldo infernale. Io sto benissimo, credo che ritornerò tra una settimana. Dopo tre mesi di questa vita ho fatto il pieno e dunque ci vedremo presto. Stai tranquillo e saluta Mara. A proposito, auguri per il tuo compleanno,vecchio!”

Riascolto il messaggio una seconda volta solo per il piacere di risentire la voce di Valerio.

Ha trenta anni e, grazie a Dio, non ha mantenuto nemmeno una delle aspettative che come  genitore  mi ero creato nei suoi confronti.

 Se così fosse avvenuto, probabilmente lo avrei incontrato in fila a qualche semaforo, contento, magari, di essersi comprato l’ultimo modello di cellulare e in ansiosa attesa, forse, che gli consegnassero la macchina nuova.

Invece lui ha indossato una giacca e una cravatta soltanto  in occasione del mio secondo matrimonio e solo perché era il testimone di nozze, altrimenti dubito che sarei riuscito a vederlo abbigliato così.

Preferisce lavorare di notte perché, dice lui, “la notte non muore mai”. La notte, sostiene, è la vera realtà della vita, sempre presente in tutto l’universo e dentro di noi. Il giorno è effimero, un piccolo cono di luce in un buio eterno. La notte ti avvicina a te stesso, amplificandoti i sensi e rendendo più netta la linea sottile che separa quello che siamo da quello che crediamo di essere.

E’ un poeta-filosofo mia figlio. 

Un poeta che mischia liquori e colori, facendo volteggiare bottiglie e bicchieri,in sale assordanti di musica rock,pop,metal e chissà cosa altro.

Così ha scelto di guadagnarsi da vivere e  probabilmente se spenderà denaro per una barca di otto metri,  sarà la sua.

Mi stendo sul divano in salotto e comincio a sgranocchiare i miei biscotti preferiti, quelli alle mandorle ricoperti di cioccolato.

Accendo la televisione e mi rassegno a passare una serata da vero pensionato.

Le emozioni della giornata mi hanno evidentemente stancato e , circondato dai miei tre gatti che stanno facendo la corte al pacco dei biscotti, sento gli occhi che mi si appesantiscono e il respiro che si fa sempre più profondo.

No, non sto facendo meditazione trascendentale, mi sto semplicemente addormentando.

“La notte è ovunque” mi sta dicendo Barbara seduta sopra la mia scrivania.

“Che vuoi dire Barbara?” le chiedo mentre finisco di controllare quella richiesta di sussidio che mi ha passato il direttore questa mattina.

“Non so di preciso. Ma sento di dirlo: la notte è ovunque”

Alzo gli occhi e la guardo; è bellissima nel suo vestitino di lana che le lascia le braccia scoperte. Me ne sono innamorato appena l’ho vista la prima volta, immediatamente senza nemmeno averla sentita parlare. Una fulminazione. Ho sentito immediatamente che l’avrei amata e che anche lei mi avrebbe amato. Non sapevo nulla di lei, eppure sapevo che in quell’attimo c’eravamo solo noi due, a guardarci senza conoscerci minimamente ma certi di essere proprio noi, quelli che dovevamo.

La notte è ovunque mi sta ripetendo e io non capisco il significato di quelle parole. Entra Mara e mi chiama. Alzò gli occhi e le dico: “Amore, che fai qui. Ancora non ti ho mai incontrato. Come puoi,tu,essere qui, ora?” volto lo sguardo di nuovo verso Barbara ma lei non c’è più, al suo posto c’è una anziana signora con un livido sulla tempia, indossa una vestaglia e sorride. Rachele. Capisco sempre meno, mi alzo e vorrei allontanarmi da li, ma le mie gambe sono bloccate, non riesco a muovermi.

Il rumore della carta del sacchetto dei biscotti mi sveglia. Michelle, la gatta più anziana, tiene fermo il sacchetto con una zampina e con l’altra sta allargando l’apertura, stracciando e sbriciolando tutto sul divano, proprio vicino alla mia faccia.

Che sogno strano. Che situazione assurda. Guardo l’orologio, ancora è il mio compleanno. Sono quasi le undici e mezza, quando il telefono squilla.

Rispondo, sicuro di sentire la voce di mia moglie.

Ma non è lei. Una volta lontana, era stata mia moglie, ora è soltanto la madre di mio figlio.

“Scusa l’ora Stefano, ma volevo farti gli auguri per il tuo compleanno” mi dice con la il tono più normale del mondo.

Sono circa quattro anni che non ci sentiamo!

“Grazie” Rispondo io più che meravigliato

“Ti ho telefonato anche per sapere se avevi sentito Valerio”

Eccolo il vero motivo!

“Mi ha lasciato un messaggio in segreteria. Ha detto che sta bene e che tornerà tra qualche giorno. Ma come mai non hai sue notizie?” le chiedo

“Sono tornata oggi da Parigi e per due settimane non ho avuto un recapito fisso e il mio cellulare si è rotto.”

“Capisco. Apprezzo comunque gli auguri”le rispondo con l’intenzione di farle capire che so perfettamente che la sua telefonata è interessata. E poi aggiungo:”La vedi più Velia?”

E’ la sua volta di meravigliarsi. “Velia? E come ti è venuta in mente Velia?” mi chiede senza cercare di nascondere la sua sorpresa.

“Sai, ho incontrato Barbara, oggi,ed è lei che mi ha nominato Velia”

“Ma cosa stai dicendo. Barbara è morta da due anni” mi risponde.

“Ma cosa dici tu!!” le grido nella cornetta “Ci siamo parlati nemmeno quattro ore fa”

“Stefano, non è possibile. Barbara è morta due anni fa. Lo sanno tutti. Se non ci credi telefona a qualche amico comune”

“Ma io l’ho vista, mi stai dicendo una cazzata” le dico sentendo uno sgomento terribile crescermi dentro.

“Ti saluto Stefano, auguri di nuovo” chiude la comunicazione offesa dal termine volgare che ho usato e dal tono aggressivo con cui le ho parlato.

Perché mi ha mentito così stupidamente? Perché?

Prendo la rubrica del telefono e ricerco febbrilmente il nome di qualche vecchia conoscenza. Non ne trovo alcuno. Sono passati venticinque anni, ho rotto i ponti con tutti. Ma devo ugualmente verificare quel dubbio. Lo so, è illogica la mia ansia, ho parlato con Barbara nemmeno quattro ore fa e sento ancora il suo bacio e il suo profumo, ma non riesco a stare tranquillo. Tutta la giornata è trascorsa in una maniera strana, mi sono accadute cose assurde, il merlo che parla, la zingarella, e…l’incontro con Barbara. Devo assolutamente tranquillizzarmi. Cerco sulla guida del telefono il cognome del marito. Per fortuna ce ne sono solo una decina. Prendo in considerazione solo quelli della zona dell’EUR, e sono solo due. Telefono al primo.

Dopo sei squilli mi risponde una voce maschile.

“Buona sera, Mi scuso per l’ora tarda, ma avrei necessità di parlare con la signora Barbara” dico con il tono più gentile che la mia ansia mi consente in questo momento.

“Chi è lei?” il tono è sospettoso, ma la voce non mi sembra quella di Paolo, questa mi pare una voce giovane.

“Io mi chiamo Stefano Travia e sono un vecchio amico di Barbara. Posso chiederle lei chi è”

“Io sono il figlio” mi risponde

“Allora sei Roberto.” Esclamo contento. Me lo rivedo immediatamente davanti che batte sulla mia macchina da scrivere dicendomi ‘Stefano vedi quanto sono bravo, scrivo come la mamma’ .Veniva spesso in ufficio e io, innamorato com’ero della madre, mi ero immediatamente affezionato a lui.

“Non ti puoi ricordare,Roberto, ma quando avevi cinque anni,tu venivi in ufficio da tua madre e ti sedevi alla mia scrivania per giocare con la macchina da scrivere” gli dico quasi stessi parlando a mio figlio.

“Si mi ricordo. Lei è il signore che si è licenziato. Mi è dispiaciuto che lei se ne fosse andato. Mi era simpatico e poi la mamma parlava sempre di lei a casa.” Mi dice con tono più rilassato.

“Mi fa piacere che ti ricordi Roberto. Ma tu adesso dovresti quasi trenta anni se non sbaglio”

“Ne ho compiuti trentaquattro il mese scorso” mi conferma lui

“Sei un uomo! Non sei sposato… immagino”

“Eccome se sono sposato! Ho anche due figli”

“Allora forse ho sbagliato numero. Sai, ho cercato sulla guida telefonica il cognome e ho scelto quelli della zona dell’EUR. Probabilmente tua madre e tuo padre stanno all’altro numero telefonico”

“No, l’altro numero dell’EUR è di un fratello di mio padre. Mio padre abita con noi.” Mi spiega

A quella notizia comincio ad agitarmi.

“E tua madre? Anche lei abita con voi, immagino”

“Signor Travia, mia madre è morta due anni fa. Mi dispiace” mi dice

Sono impietrito.

“Signor Travia è ancora al telefono. Signor Travia….”

Chiudo la comunicazione meccanicamente senza pensare. La  paura mi paralizza la mente, ho paura di impazzire. Vado al bagno cerco la bottiglietta del Valium e ne verso venti gocce in un bicchiere. Le mando giù con un po di acqua, poi, in un cucchiaino, ne verso altre dieci e me le metto sotto la lingua. Ho un attacco di panico in corso. Tremo, sudo, ho il cuore che batte all’impazzata e un terrore cieco di stare per morire da un momento all’altro. Non me ne importerebbe di morire in questo momento, ma il terrore c’è. Cerco di reagire, mi sciacquo la faccia con l’acqua fredda e provo a respirare profondamente. E’ inutile, il diaframma è bloccato, il mio stomaco gonfio preme contro di esso e i polmoni non riescono ad espandersi. Mi sdraio sul divano e mi sembra di vedere tutti i fantasmi che mi stanno intorno, mi guardano con compassione e io mi aggrappo a loro con disperazione.

Resto così inebetito da tutte quelle sensazioni, poi il Valium comincia a fare effetto e pian piano riprende il respiro, il ventre si rilassa e i fantasmi cominciano a sparire, tutti tranne che uno, il quale comincia a parlarmi.

Buon compleanno Stefano, ti voglio regalare una storia.

E comincia a raccontare.

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